Treni d’oggi e vecchie ferrovie


Tratte abbandonate, tariffe impazzite, viaggi disagiati,
utenti trascurati. E i ciclisti?… dimenticàti!

di Luciano LORINI
da Ruotalibera (Num. 111 – Marzo/Aprile 2009 – Rubrica “Treno e bici”)

Il momento di difficoltà che stanno attraversando attualmente le nostre Ferrovie è sotto gli occhi di tutti, basta aprire un giornale per rendersene conto. In occasione della pubblicazione dell’ultimo orario ufficiale numerose sono state le voci di preoccupazione che hanno segnalato all’opinione pubblica cali di servizio e aumento dei disagi (e dei costi) per molte categorie di utenti, pendolari in testa.

Che cosa sta succedendo? Sembra quasi che la mission aziendale del Gruppo Ferrovie dello Stato (lo slogan recita “Quando il trasporto si fa impresa al servizio del Paese” – forse manca il punto interrogativo) non sia più quella di fornire tale servizio al viaggiatore in generale, bensì di focalizzarlo ad un certo segmento in particolare, in grado di ripagarsi completamente, quello business. Per privilegiare il quale si aumentano le corse redditizie a scapito di quelle meno remunerative (che però trasportano la maggior parte dei passeggeri: 88 su 100 infatti viaggiano su treni locali). Un biglietto ES di prima classe Milano-Roma, per esempio, costa 81 euro sola andata (93 la nuova Freccia Rossa) mentre un mese di abbonamento regionale entro i 150 Km solo pochi euro in meno…

Sensibili sul tema (non dimentichiamo che non è consentito il trasporto delle biciclette sui treni Eurostar) non possiamo non considerare le potenzialità che il trasporto ferroviario locale rappresenta per gli spostamenti quotidiani di un vastissimo bacino di utenti, pendolari (in aumento) ma non solo. Potenzialità di fatto sprecate, spesso nemmeno considerate da Trenitalia. Non è dato conoscere quale sia il disegno finale, il piano di sviluppo ferroviario che certo management ha in mente. Ma fatte certe considerazioni, la percezione non è certo ottimistica.

Mancano investimenti. Nel dettaglio si osservano: “dimenticanza” di partite nel bilancio dello Stato e miseri contributi dalle Regioni (molto più bassi del virtuoso 1% cui tendono molti paesi europei) che di fatto ingessano il sistema dei trasporti ferroviari (fonte: Legambiente – Rapporto “Pendolaria”). Ma soprattutto mancano sensibilità e lungimiranza per rendere il trasporto su rotaia più integrato e moderno. I punti di attenzione in agenda riguardano: puntualità, frequenza, comodità e pulizia dei treni, organizzazione dell’intermodalità e accessibilità delle stazioni. Gli ultimi due vedono impegnata la FIAB, sia a livello nazionale sia in ambito locale, con numerose attività e manifestazioni dedicate a sensibilizzare l’opinione pubblica e mantenere un adeguato livello di attenzione alle esigenze degli utenti ciclisti. Ne parliamo brevemente.

Il viaggiatore ciclista, sia esso turista o pendolare, necessita ovviamente di poter trasportare la bicicletta sui convogli. Allo scopo non basta una dichiarazione sull’orario o un adesivo sulla fiancata del vagone; occorrono tutta una serie di provvedimenti volti a concretizzare questa possibilità. I convogli abilitati dovrebbero aumentare, senza limitazioni di tratte ed orari. Le stazioni dovrebbero consentire un accesso agevole e ben segnalato ai binari. Anche le strutture accessorie (i parcheggi) dovrebbero tener conto delle esigenze di chi magari non si porta diertro il mezzo, ma ugualmente raggiunge la stazione pedalando (ricordate l’annosa questione sul progetto di rinnovamento del piazzale antistante la Stazione di Porta Nuova e relativo parcheggio biciclette – coperto? custodito?). Ovvero: la bicicletta dovrebbe essere benvenuta, sempre. Purtroppo capita spesso che non lo sia ed ecco allora che noi AdB di Verona, duri e irriducibili, per saggiare di continuo lo stato di salute del progetto intermodalità di Trenitalia, organizziamo numerose gite Treno+bici, il cui nome esprime bene il concetto e anticipa già buona parte dei contenuti. Con i medesimi intenti, a livello nazionale viene proposta, da quasi dieci anni, la giornata Bicintreno a sostegno del trasporto integrato, cui parteciperemo anche noi veronesi (il 13 aprile – v.programma). Il non rassegnarsi ad una situazione che di fatto è sconsolante vuole proprio essere stimolo a non trascurare queste istanze. La posta in gioco è altissima: il cammino di progresso civile e la credibilità del nostro Paese in ambito internazionale. Oltre a un non trascurabile effetto economico dovuto alla crescita dimostrata del cicloturismo in questi ultimi anni. Alcuni segnali preoccupanti stanno purtroppo già arrivando: sono le lettere di protesta che i cicloturisti stranieri inviano alle nostre sedi, dopo aver avuto notizia dell’impossibilità di entrare ciclomuniti in Italia dalla Svizzera, a bordo dei treni Cisalpino (e altri gestori si son già ritirati a causa dell’aumento delle tariffe di transito richieste da RFI).

Un altro argomento attinente riguarda le Ferrovie dismesse, ovvero quell’immenso patrimonio abbandonato (oltre 5.000 Km) che sarebbe facile, economico, opportuno riconvertire per la creazione di una rete di mobilità dolce, aperta a pedoni, ciclisti, cavalieri, utenti a mobilità ridotta. Un progetto di legge per il riuso di questo patrimonio è stato presentato in Parlamento nel febbraio 2007, assieme ad una petizione popolare con oltre 6.000 firme. A supporto di questa iniziativa, la FIAB (aderente alla Confederazione per la Mobilità Dolce – Co.Mo.Do.) partecipa alla Giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate, giunta quest’anno alla seconda edizione. Ricordando a riguardo l’impegno ormai pluriennale sul fronte della Treviso-Ostiglia, gli AdB di Verona hanno pedalato insieme (il 1 marzo) per promuovere la ciclabilità dell’ex ferrovia Dolcè-Volargne e il collegamento ciclabile della Val del Tasso con il nuovo Bicigrill di Affi.

Economia e individualismo


di Roberto Mancini
da altreconomia (Num. 101 – Gennaio 2009 – Rubrica “Idee eretiche”)

Economia e individualismo. Le due cose sembrano tutt’uno. Il dogma vuole che, soprattutto nella sfera economica, ciascuno veda e curi solo il proprio interesse, senza considerazione per quello degli altri, anzi senza considerazione degli altri come tali. L’illusione che si possa fare di se stessi il senso di tutto, mantenendosi indifferenti e separati dagli altri, è una delle barriere psicologiche e culturali da superare per costruire un’altra economia. L’individualismo è l’egoismo divenuto cultura, visione del mondo, criterio di ogni razionalità. Veicolata dalla paura di restare indietro rispetto agli altri, che poi diviene l’avidità di affermarsi senza di fatto essere mai se stessi, la mentalità individualista si insinua sin dall’infanzia, per esempio fin dalla nascita di un fratello o di una sorella. L’egoismo è una patologia, è anzitutto il fallimento nel cammino di scoperta di sè, del proprio valore, della propria dignità.

La natura illusoria della mentalità individualista è evidente. Intanto perchè basta uno sguardo attento alla srtoffa della società per cogliere che l’individualismo è solo il suo disegno superficiale, ma la trama essenziale è la massificazione. L’individuo è una formica del grande formicaio: più si adatta a testa bassa, diventa flessibile e compete, e più perde il senso della relazione. E’ soprattutto sul piano antropologico che l’individualismo è illusorio. La persona umana nasce dalla relazione tra una donna e un uomo, cresce e matura le sue facoltà partecipando alle relazioni con gli altri, è in se stessa una vivente relazione di nuclei del proprio essere come il corpo, il cuore, la ragione, la coscienza morale, l’anima come identità profonda e come libertà originale in ciascuno. Una creatura così costituita tende, per sua vocazione, all’armonia in tutte le sue relazioni fondamentali, interiori e interpersonali. Se al contrario essa è indotta a esistere in maniera antitetica alla struttura relazionale del proprio essere, si adatta a una forma innaturale di vita, falsifica e deforma la sua personalità, si riduce a esistere sempre e solo per sopravvivere, sacrificando il fine autentico dello stare al mondo: diventare felici alimentando la felicità di altri.

Tuttavia, il fatto che si tratti di una logica innaturale e illusoria, non significa che essa non sia potente e capace di avvolgere, come una fitta nebbia, non solo i singoli, ma anche i gruppi, soggetti collettivi e, quasi interamente la stessa società. Sono davanti agli occhi di tutti i disastri causati dalla logica identitaria di gruppi religiosi, etnici, ideologici, politici che vogliono affermarsi attraverso il conflitto contro tutti coloro che rappresentano “gli altri”. Il primato del “noi” piuttosto che quello dell’ “io” non migliora affatto le cose, ne moltiplica gli effetti negativi. Neppure la pratica del cosiddetto “volontariato”, termine che sempre più fa acqua per la sua indifferenziazione e ambiguità, sa efficacemente aprire lo spazio di una socialità realmente guarita dall’individualismo. Si può fare volontariato e rimanere individualisti nella mentalità e nello stile di vita.

Quale antidoto trovare a questa epidemia dell’io o del noi autoreferenziali?
Le radici dell’individualismo sono antiche e rafforzate di continuo. Quindi altrettanto precoce e costante deve essere la cura per la cultura della condivisione. Famiglia, scuola, associazioni educative sono i luoghi di fioritura dell’umanità relazionale di ognuno. Genitori, insegnanti, educatori sono i protagonisti di questa svolta, che è sempre possibile dove le persone crescono in situazioni di dialogica della vita quotidiana. Al centro dei percorsi educativi tipici della cultura della relazione dovranno essere posti l’acquisizione dell’autentico senso di sè, l’apertura al senso del vivere in comunità e, in particolare, la maturazione della capacità di identificazione di se stessi nella condizione dell’altro, anzi dell’ultimo di una situazione data.

La guarigione dall’individualismo infatti non accade solo perchè si scopre il valore degli altri in genere, ma soprattutto quando non si ha paura di guardare e di sentire le cose dal punto di vista di chi viene emarginato, scartato, giudicato. Chi ha nella coscienza una visione nitida e nel cuore un bene sufficiente per sentire la vita insieme all’altro messo più in basso, costui è veramente guarito dall’individualismo e il suo agire porta frutto non solo per il suo prossimo, ma per tutti.

Roberto Mancini insegna Filosofia teoretica all’Università di Macerata. Dirige la collana “Orizzonte filosofico” della Cittadella editrice di Assisi. E’ membro del Comitato scientifico delle Scuole di Pace de3lla Provincia di Lucca e del Comune di Senigallia (AN). Il suo ultimo libro è “La buona reciprocità. Famiglia, scuola, educazione” (Cittadella editrice, 2008).