Via dalla scuola pubblica l’ora di religione

Un nuovo, interessante contributo sulla tanto contestata ora di religione. Tratto dalla rivista confronti, una pubblicazione mensile di “fede, politica e vita quotidiana” ma al tempo stesso un centro culturale impegnato sui temi del dialogo tra le fedi e le culture, del pluralismo e dell’educazione alla pace.


Appare chiaro che la Chiesa cattolica non è disposta a nessuna mediazione sull’ora di religione e le forze politiche non hanno nessuna intenzione di «disobbedire».

Continuano a susseguirsi le polemiche sulla laicità della scuola italiana, frutto delle insuperabili contraddizioni che contraddistinguono il sistema dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica. Lo scorso 17 luglio una nuova pronuncia del Tar del Lazio ha accolto due ricorsi, presentati da studenti e studentesse con numerose associazioni laiche e confessioni religiose non cattoliche, che erano stati proposti per l’annullamento di ordinanze ministeriali emanate dall’allora ministro dell’Istruzione Fioroni per gli esami di Stato del 2007 e 2008, che prevedevano la valutazione della frequenza all’insegnamento della religione cattolica ai fini della determinazione del credito scolastico e la partecipazione «a pieno titolo» agli scrutini degli insegnanti di religione. Il Tar del Lazio ha tra l’altro affermato, richiamandosi al principio della laicità dello Stato più volte ribadito dalla Corte costituzionale, che «in una società democratica al cui interno convivono differenti credenze religiose, certamente può essere considerata una violazione del principio del pluralismo il collegamento dell’insegnamento della religione con consistenti vantaggi sul piano del profitto scolastico e quindi con un’implicita promessa di vantaggi didattici, professionali ed in definitiva materiali». Contro la sentenza si sono levate le critiche non solo di fonti cattoliche e vaticane ma anche di esponenti dell’attuale governo italiano e di quasi tutte le forze politiche, desiderose di accaparrarsi i titoli di difensori del cattolicesimo in Italia. Tanto che, proprio in barba alla sentenza del Tar, il 19 agosto 2009 è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il Regolamento per la valutazione degli alunni con il quale l’attuale ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, ha riconfermato che in sede di scrutinio finale per l’attribuzione del punteggio per il credito scolastico partecipano anche gli insegnanti di religione cattolica, limitatamente agli alunni che si avvalgono di questo insegnamento. Proprio ciò che il Tar del Lazio ha dichiarato discriminatorio nei confronti degli alunni che non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica e quindi illegittimo.

Ma non basta. Con un tempismo che non può non suscitare forti perplessità, visto il clima di ricerca di merci di scambio con cui il governo di centrodestra vuol rassicurare il Vaticano del suo appoggio, ai primi di settembre, in concomitanza con l’inizio dell’anno scolastico, è stata diffusa una lettera datata 5 maggio 2009 della Congregazione per l’Educazione cattolica, a firma del cardinale prefetto Zenon Grocholewski e indirizzata ai presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo, riguardante «l’insegnamento della religione nella scuola». Da dove trarrebbero origine le direttive contenute in questa circolare? Dalla constatazione, vi si legge, che «la natura e il ruolo dell’insegnamento della religione nella scuola è divenuto oggetto di dibattito e in alcuni casi di nuove regolamentazioni civili, che tendono a sostituirlo con un insegnamento del fatto religioso di natura multiconfessionale o di etica e cultura religiosa, anche in contrasto con le scelte e l’indirizzo educativo che i genitori e la Chiesa intendono dare alla formazione delle nuove generazioni». E questo dovrebbe allarmare i vescovi perché «si potrebbe creare confusione o generare relativismo o indifferentismo religioso se l’insegnamento della religione fosse limitato ad un’esposizione delle diverse religioni, in un modo comparativo e “neutro”». Niente di tutto ciò, si ricorda ai vescovi, che invece dovrebbero adoperarsi perché, in particolare nei paesi a maggioranza cattolica, l’insegnamento della religione sia limitato esclusivamente proprio all’insegnamento della dottrina cattolica.

A prescindere da ogni altra valutazione sui contenuti di questa lettera circolare una cosa appare evidente, e crediamo che questo sia in realtà il messaggio lanciato ai nostri politici: la Chiesa cattolica non è disposta a nessuna mediazione sull’ora di religione e qualunque proposta di affiancarla o sostituirla con un’ora di insegnamento del fattore religioso è considerata inaccettabile. E sembra che il messaggio, anche se non ci pare ce ne fosse bisogno, sia stato recepito. In effetti il presidente del Consiglio e il suo ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, proprio con il Regolamento prima ricordato, si sono affrettati a rassicurare le gerarchie cattoliche sul fatto che l’ora di religione cattolica in Italia non si tocca. Anzi, lo Stato italiano continuerà ubbidientemente ad essere uno Stato catechista; continuerà ad imporre nelle sue scuole pubbliche l’insegnamento di una sola e specifica religione, quella cattolica; continuerà a far svolgere questo insegnamento da persone scelte dall’autorità ecclesiastica; cercherà di garantire a questo insegnamento la stessa autorevolezza delle altre discipline scolastiche e la stessa importanza dei suoi crediti in spregio a qualunque principio di laicità dello Stato o di qualunque sentenza di un Tar o di qualunque organo di giustizia.

Ed è per questo che almeno su una cosa siamo d’accordo: non vi può essere nessuna mediazione sull’ora di religione. Ma per un motivo diametralmente opposto. Se si vuole finalmente dare piena realizzazione ad uno Stato pluralista, laico e democratico, che vuole essere fedele alla sua ispirazione costituzionale, non è più possibile far svolgere all’apparato pubblico scolastico italiano il compito di provvedere, cosa che non gli compete, ad un insegnamento religioso che costituisce interesse magisteriale e pastorale della Chiesa cattolica. Non vi è perciò altra strada da seguire che cancellare l’Insegnamento della religione cattolica di derivazione concordataria dalla scuola pubblica italiana.

Antonio Delrio

In difesa del popolo sovrano

Vi propongo un’interessante riflessione di Enrico Peyretti, un intellettuale italiano impegnato nel movimento per la nonviolenza e la pace. Buona lettura.


Dopo la condanna costituzionale del “lodo Alfano” e il conflitto istituzionale che ne è sciaguratamente seguito, andiamo alle radici della questione.

«La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione» (art. 1 Costituzione italiana). Neppure la sovranità popolare è assoluta, né assoluta è la volontà del popolo sovrano: deve essere esercitata entro i limiti dati e nelle forme stabilite dalla Costituzione. Nessuna forza sociale è sciolta dalla legge. Anche la forza del numero degli elettori è soggetta alla legge. La coscienza personale, anche di uno solo, può sentire intimamente il dovere di disobbedire una legge che sente ingiusta (obiezione di coscienza), ma nello stesso tempo la obbedisce con l’accettare le conseguenze della propria disobbedienza civile (al contrario della disobbedienza occulta), e così preme lealmente per modificarla. La volontà anche della massima parte del popolo, non può violare i limiti costituzionali e i valori umani e civili ivi individuati.

Tanto meno è al di sopra delle legge chi viene eletto, pur legittimamente, all’elettorato. È falso dire che egli è un «primus super pares», come dice un dipendente politico di Berlusconi. Addirittura, se si pensa moralmente e democraticamente un “in-carico” politico come un servizio al bene comune, ogni eletto è, in certo modo, «sotto», e non sopra i suoi concittadini, perché è “caricato” del dovere di servirli. Così ha sempre sentito la migliore etica politica.

Legiferare, fare onestamente le leggi che obbligano tutti, non è mai un semplice atto di forza, neppure della forza del numero, ma deve avvenire secondo le «regole per fare le regole», cioè nel pieno rispetto formale e sostanziale delle regole costituzionali. Il numero non muta le regole, se non secondo le regole stesse.

Il consenso popolare, oltre che libero da forzature, deve essere anche «consenso informato», cioè fornito di conoscenze per valutare qualità e scopi dei candidati a governare e l’azione dei governanti. Occorre anche che il libero dibattito pubblico protegga il popolo dal fascino che un uomo ricco e fortunato può suscitare sugli animi più deboli, o resi tali da influenze condizionanti sull’immaginazione pubblica. È questo precisamente il caso della fortuna politica di Berlusconi in Italia, fabbricata prima con la bassezza diseducativa e la depressione morale delle televisioni commerciali, e poi mietuta col consenso politico relativo.

Il linguaggio e le arti della pubblicità commerciale – che è stata bene definita «il fascismo del nostro tempo» – trasferite nella politica, distruggono la libertà civica, perché, per loro natura e finalità, intendono aggirare la soglia critica delle persone e indurre a comportamenti realmente imposti, e non decisi liberamente. Se questa è disonestà nel commercio, in politica è delitto. Tutto il contrario di un “popolo della libertà”!

Poiché la ricchezza, con la sua potenza sugli altri, è soltanto un potere di fatto, e non un potere legale, deve essere soggetta, con particolare sorveglianza e oculatezza, alle regole di giustizia. Il ricco deve essere più, e non meno dei comuni cittadini, sorvegliato e controllato sulla legalità dei suoi atti. Se, nella gestione dei suoi beni, un ricco avesse commesso scorrettezze o reati, dovrebbe essere punito semmai più prontamente e severamente, e non meno dei comuni cittadini, nel caso che al potere della ricchezza abbia cumulato un potere politico. Questo è, evidentemente, il caso di Berlusconi, che invece ha approfittato del potere politico per sottrarsi al controllo della giustizia. Egli ha sempre accusato preventivamente i giudici, tutti i giudici che hanno avuto in mano cause sue, per delegittimarne in anticipo il giudizio, o impedirne l’esercizio. Chi agisce così corrompe alla radice lo spirito pubblico, si fa corruttore del popolo sovrano, mina la legalità e la convivenza pacifica, semina servilismo, odio e violenza. Ciò crea nell’uomo della strada ragionevole – se ancora è libero di ragionare – ogni sospetto sulla cattiva coscienza di chi si sottrae in questo modo al giudizio, e suscita nei meno onesti la voglia di imitare l’astuzia e la frode dell’uomo forte, oppure di reagire per vie di fatto, invece che con le regole della politica democratica.

Proprio in antitesi al potere della ricchezza, comunque raccolta, la prima parte dell’art. 1 definisce l’Italia una «repubblica democratica, fondata sul lavoro». Fondata, cioè, sul contributo di ognuno al bene comune. Chi ha più beni non ha più diritti, e semmai ha più doveri. Chi ha beni insufficienti, che limitano di fatto la sua libertà ed eguaglianza con gli altri cittadini, e impediscono il pieno sviluppo della sua persona e la sua partecipazione effettiva alla vita del Paese, ha uno speciale diritto – che il ricco non ha – a che la Repubblica operi con la politica a rimuovere quegli ostacoli (così dispone il grande art. 3, la “super-norma” della nostra esemplare Costituzione).

L’azione politica, nella Repubblica democratica, ha il compito di realizzare l’uguale dignità e libertà di tutti, nella giustizia sociale, e assolutamente non ha da sancire la disuguaglianza di fortuna.

Il comportamento politico di Berlusconi, fino alle vicende di questi giorni, lo lascia per ora formalmente inamovibile, ma lo priva ulteriormente di rispettabilità politica, in quanto eversore morale dell’etica necessaria nella “polis” umana e civile.

Enrico Peyretti