60 ore a settimana

Orari di lavoro a 60 ore la settimana: un dovere morale?

da Informazioni FISAC-CGIL (Anno XXI – Ottobre 2008)

Il sabato interamente festivo fu introdotto, primo in Italia, nel 1957 in Olivetti. L’orario scendeva di fatto a 40 ore la settimana a parità di salario: un netto progresso sociale. La lunga marcia per ridurre l’orario di lavoro, iniziata nella seconda metà dell’800, ha trovato, con le 35 ore introdotte in Francia, il punto di arrivo più avanzato. Ora sembra che il nuovo dogma della competizione globale abbia spinto i ministri europei del lavoro ad una netta svolta: è stato raggiunto un accordo che permette ai paesi membri di prolungare l’orario di lavoro a 60 ore la settimana. Naturalmente nessuno parla esplicitamente di obbligare i dipendenti a lavorare sino a 25 ore in più la settimana: l’orario potrà essere incrementato se il lavoratore darà il suo consenso o se il prolungamento verrà previsto da un accordo tra parti sociali o dalla legislazione nazionale.

Nel nostro caso, l’effetto combinato di questa previsione unitamente agli “sconti” del governo italiano per chi fa lo straordinario, può trasformarsi in una forma di ricatto verso coloro che, per diverse ragioni, non possono dire di no, accentuando le disuguaglianze tra chi ha un lavoro stabile, ed è rappresentato dai sindacati, e chi ha un lavoro precario oppure tra chi lavora in grandi aziende e chi invece opera in realtà imprenditoriali di minori dimensioni.

Le conseguenze sui tempi comunitari, sociali e familiari sarebbero pesanti, un completo spaginamento, con una contraddizione evidente: come può l’Europa chiederci contemporaneamente di lavorare di più e di avere più figli? Con ogni probabilità l’incremento delle ore lavorate finirà per svantaggiare ancora una volta le donne, già poco presenti nel nostro mercato del lavoro. Al lavoro subordinato che ha perso, in questi ultimi anni, potere di acquisto e posizioni nella classifica sociale, ora si chiede di accrescere l’orario. Questo fatto sembra confermare la tesi secondo cui maggiore è la disuguaglianza più sono le ore lavorate.

Tra l’altro pare davvero poco intelligente puntare su misure di teorico aumento della produttività in chiave quantitativa anziché introdurre elementi di qualità nel sistema economico. Ancora una volta sembra si tratti di percorrere la strada meno alta della competitività, non comprendendo che questo è un terreno sul quale le imprese e le saocietà europee non avranno mai la possibilità di primeggiare.

L’accordo dei Ministri europei sul prolungamento degli orari del lavoro dovrà essere approvato dal Parlamento di Strasburgo che, in tema di affari sociali, si è in varie occasioni dimostrato più avanzato sia della Commissione europea, sia del COnsiglio dei Ministri del Lavoro. Non è scontato che questo accordo sia approvato, ma possiamo affermare che il netto progresso sociale, inaugurato in Italia da Adriano Olivetti, rischia di fare un altro salto all’indietro, alle condizioni che in Europa esistevano un secolo e mezzo fa, ovvero verso quele che oggi si osservano in India, Cina, Messico…

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