Cortona, pace e silenzio

A Cortona per l’annuale Conferenza dei Presidenti FIAB, anticipo di un giorno il mio arrivo per visitare con un po’ di calma la città. E ne resto incantato e ammaliato. Si sta sospesi in una dimensione d’altri tempi, cullati da una pace quasi surreale. È davvero un piacere profondo. Bellissimo!

Ho camminato allo sfinimento, su e giù per le stradine, alla scoperta di vicoli e vicoletti, di chiese e palazzi (fino al convento delle Celle, magnifico!). Ho visto una grande bellezza e scoperto una vivace comunità. Con alcuni problemi, che i cortonesi incontrati non hanno avuto timore di palesare. È una città non facile, ma viverci può valere la fatica del quotidiano, il concambio è molto alto. Ho conversato praticamente con tutti quelli a cui ho porto una parola, sempre molto spontanei e disponibili (vabbè, son toscani…). Bello, il desiderio di incontrare l’altro, di raccontarsi e confrontarsi. Bello scoprire che c’è chi è venuto da lontano, scegliendo di rivoluzionare il proprio stile di vita, ritenendosi pienamente soddisfatto del cambiamento, senza ripensamento alcuno. Bello, infine, cogliere la determinazione della cittadinanza su alcune scelte apparentemente inspiegabili (come ad esempio l’aver voluto mantenere entro le mura gli istituti superiori cittadini), ma in realtà visionarie nel contesto di progressivo spopolamento del Centro Storico.

La città mi ha affascinato, manco a dirlo, anche per la quasi totale assenza di automobili e motocicli (salvo qualche eccezione: ad esempio nelle strade abbastanza larghe da consentire la doppia fila -per fortuna sono pochissime- si trovano comunque auto in sosta). Pure le biciclette, ahimè, non attecchiscono (nemmeno le assistite, che ne renderebbero praticabili le ripidissime strade), ma andare a piedi non è poi così male (il paese è veramente compatto e si attraversa in pochi minuti)… Il silenzio, rotto solo dal rumore dei passi dei pochi abitanti (circa 800, è uno dei problemi) e dalle voci di qualche rada conversazione agli angoli delle strade, rende tutto molto suggestivo. Per il turista, certo, ma credo anche per l’abitante in grado di apprezzare questo vantaggio. Capisco bene che non sarà tutto oro, ma io ne sono rimasto incantato…

Il venerdì sera, però, tutto cambia (e peggiora il sabato): si apre la ZTL (forse per compiacere i turisti -pochi in questa stagione- e i cittadini di ritorno per il weekend) e le auto invadono strade e piazze. Per carità, non pensate al traffico di Piazza Erbe o della ZTL veronese… siamo ben lontani! E tuttavia forse proprio per questo lo sfregio appare più evidente (io mi sentirei in forte imbarazzo a violentare un Centro Storico di tale bellezza entrandovi con l’auto, proprio non ci riuscirei: ma forse sono troppo “perbene”, o probabilmente troppo “avanti”…). Mi ha però colpito osservare una volta di più la difficoltà che in Italia sembra troppo spesso insormontabile di promuovere una visione car-free, come si sta avverando altrove in molti centri urbani con caratteristiche simili a Cortona. Al Sindaco Francesca Basanieri lo abbiamo detto: è un peccato, un’occasione sprecata. E quando domenica abbiamo visto la piazza Signorelli occupata da due immensi gonfiabili della BMW (tra l’altro bruttissimi, completamente fuori contesto in cotanta bomboniera) con l’annessa sfilata degli ultimi modelli (i meglio SUV per gli uomini che non devono chiedere mai), ci siamo resi conto che culturalmente c’è ancora tanta strada da fare. Ma le premesse sono buone e la sensibilità sembra non mancare. Un passo alla volta si va lontano… La città sta infatti valutando l’adesione alla rete dei ComuniCiclabili FIAB: un’occasione importante per misurare lo stato di salute (su tutto il territorio comunale, di cui il Colle è solo una parte) della ciclabilità e della mobilità attiva in generale. In questa valutazione entreranno senz’altro anche la visione politica per il Centro Storico e i provvedimenti per preservarlo. Personalmente mi auguro di osservare progressi già dalla mia prossima visita.

Perché, nonostante questa parentesi sulla mobilità (che, lo sapete, è un mio “pallino”), Cortona rimane un gioiello, una perla di umanesimo, oasi ristoratrice da gustare di tanto in tanto per chi, come me, proviene dal rumore e dalla fretta. E ci tornerò senz’altro: c’è ancora tanto da scoprire (e da riposare 😉).

Grazie, Cortona, arrivederci a presto!

https://photos.app.goo.gl/QWFrzmgVtB1ZdEEs7

Generalizzazioni pericolose

2017.12.13 - L'Arena - Foto "del giorno"

Foto (“del giorno”, in posizione di rilievo, come titolo comanda) pubblicata dal quotidiano “L’Arena” mercoledì 13 dicembre, rilanciando un’ANSA del giorno precedente.

Sarebbe ora di finirla di questi commenti “sì, ma…”, del tipo «muoiono più ciclisti, ma se la sono cercata…».

«Il 71 per cento gira senza casco». «E allora?» mi vien da dire «mica è obbligatorio…» (e per fortuna!).

Sono generalizzazioni pericolose.

E probabilmente anche sbagliate dato che, stante il numero di ciclisti circolanti in città (alcune migliaia, almeno), dovremmo vederne a decine (il 4%) trainati dalle auto, mentre davvero non si hanno ricordi di simili immagini in giro per le nostre strade.

Nemmeno giova mescolare gli obblighi di legge, come i fanali e i catarifrangenti dopo il tramonto, con i suggerimenti del buon senso (casco, giubbetto e specchietto, non obbligatori): crea solo confusione sulla normativa e risentimento sociale nei confronti di un’intera categoria che andrebbe invece sostenuta.

Infine, inutile notare come la foto non sia certo un esempio di comunicazione positiva (che non vuol dire nascondere la realtà, ma almeno non creare associazioni mentali vecchie e stantie, decisamente poco moderne). La foto odierna fa il paio con la foto della famiglia in bici a commento dell’impoverimento del ceto medio, comparsa su questo stesso quotidiano circa dieci mesi fa. Segno che la redazione del quotidiano “L’Arena” non impara dai suoi errori. Segno che c’è ancora molta strada da fare.

I molti ciclisti quotidiani rispettosi delle regole non possono condividere questi toni e questo stile comunicativo; spiace, molto. I ciclisti (quelli buoni, che sono la maggioranza, purtroppo ancora troppo poco visibile, in una città dominata -anche culturalmente- dalle auto) pedalando portano un gran beneficio alla città, oltre che a loro stessi. Andrebbero trattati con maggiore attenzione e rispetto.

A partire dai media.

Brasil!

brasil

Questa notte, su RAI RADIO UNO ho ascoltato, per la prima volta, BRASIL, una trasmissione intelligente, ricchissima di cultura e della buona musica brasiliana, che semplicemente adoro. Non ne conoscevo l’esistenza, il che è singolare dal momento che trasmette da circa 16 anni, con qualcosa come 750 puntate registrate… (vabbè, capita di distrarsi, cercherò di recuperare con i podcast…). :)

L’animatore del programma, Max De Tomassi, è un personaggio incredibile e colto, profondo conoscitore dell’argomento e grande affabulatore, capace di intrattenere per ore senza mai stancare (nonostante lo spazio in palinsesto sia collocato il lunedì dalle 0.25 alle 5.00). Di lui (capita spesso per i conduttori di RADIO RAI) mi ha colpito la profonda conoscenza e passione per il Brasile, ovviamente, ma soprattutto la diretta e personalissima esperienza (si percepisce) di molte delle cose che racconta. Al limite dell’incredibile. Nella puntata di stanotte ha fatto cenno ad alcune frequentazioni semplicemente invidiabili (“ero a casa di Chico”, “chiacchieravo con Marisa Monte”…). E infatti l’ho abbastanza invidiato (in senso buono) :).

Non si trattava però di fantasie ad uso radiofonico: pare sia tutto vero, ed è raccontato qui (merita una lettura). Potenza della passione e meraviglia del caso.

Ho proprio fatto una bella scoperta.
Da oggi ho un nuovo impegno settimanale…

Effetto TRAM

Effetto TRAM (a cura di Marina Montuori) - Editrice Verona SpA - Febbraio 2002

Effetto TRAM (a cura di Marina Montuori) – Editrice Verona SpA – Febbraio 2002

Sono passati quattordici anni.

La tranvia, allora, sembrava cosa fatta, e rileggere oggi le importanti dichiarazioni ufficiali rilasciate dal sindaco Sironi, dall’assessore alla mobilità Pellegrini Cipolla e dal presidente AMT Zaninelli se da un lato incanta per i toni ispirati (sarebbe un dovere di ogni buon amministratore; una modalità comunicativa che purtroppo da molti anni non si è più vista e ci hanno costretto a dimenticare), dall’altro non può non lasciare un retrogusto amaro in bocca.

Molto condivisibili, infatti, le analisi di allora, e molto visionarie le ipotesi di futuro e di sostenibilità che, con grande responsabilità, le autorità civili proponevano ai cittadini, promettendo un futuro più libero dal traffico e dall’inquinamento, «una Verona più pulita, più sana e più bella, dunque più frequentata dai turisti e più amata dai suoi cittadini», come raccontava Michela Sironi.

Effetto TRAM (a cura di Marina Montuori) - Editrice Verona SpA - Febbraio 2002 IL PRESIDENTE (Stefano Zaninelli - Presidente AMT)

IL PRESIDENTE

Effetto TRAM (a cura di Marina Montuori) - Editrice Verona SpA - Febbraio 2002 IL SINDACO (Michela Sironi - Sindaco di Verona) 1

IL SINDACO 1

Effetto TRAM (a cura di Marina Montuori) - Editrice Verona SpA - Febbraio 2002 IL SINDACO (Michela Sironi - Sindaco di Verona) 2

IL SINDACO 2

Effetto TRAM (a cura di Marina Montuori) - Editrice Verona SpA - Febbraio 2002 L'ASSESSORE (Giovanni Carlo Pellegrini Cipolla - Assessore alla Mobilità - Comune di Verona) 1

L’ASSESSORE 1

Effetto TRAM (a cura di Marina Montuori) - Editrice Verona SpA - Febbraio 2002 L'ASSESSORE (Giovanni Carlo Pellegrini Cipolla - Assessore alla Mobilità - Comune di Verona) 2

L’ASSESSORE 2

Effetto TRAM (a cura di Marina Montuori) - Editrice Verona SpA - Febbraio 2002 IL DOCENTE DI ECONOMIA DEI TRASPORTI (Cesare Enrico Surano)

IL DOCENTE

Ma che ne è stato di tanta visione?
Come il tutto si sia evoluto, lo sappiamo bene, purtroppo. E troppo bene vediamo, ogni giorno, le beghe e l’inconcludenza di chi non riesce a concretizzare un’idea politica e progettuale di città che, a questo punto, viene lecito domandarsi quale sia.

Il filobus è ancora lontano, nonostante da anni gli annunci ne proclamino l’apertura dei cantieri per il giorno dopo. E per fortuna, dico io, dato che di innovazione, in quel progetto non se ne vede poi molta. Ma siamo proprio sicuri che non ci sia spazio per rivedere la scelta alla base, una volta ancora? In questa pubblicazione d’annata si mostravano ai veronesi i vantaggi dei moderni sistemi tramviari in otto città europee (Graz, Vienna, Linz, Karlsruhe, Friburgo, Basilea, Berna e Grenoble) e tre italiane (Torino, Milano e Roma). Nel frattempo alcune città più piccole e più vicine a noi hanno compiuto questa transizione. Perché non confrontarsi con queste realtà? Se provassimo a riprendere in mano i vecchi studi? La più parte del lavoro sarebbe già compiuta… E non sarebbe certo disonorevole un ripensamento, nel nome del bene comune…

Oggi Verona è al palo, senza timonieri e senza fari, nella tempesta di un incerto domani, aggravato dalla crisi (dicono), che ci appare politica prima che economica. E l’anno prossimo andremo alle urne. Mi piacerebbe conoscere esattamente con quale progetto per la mobilità urbana i vari candidati intendono proporsi ai cittadini. E magari discuterne assieme, già da oggi (i progetti importanti non si improvvisano alla vigilia delle elezioni). Non mi pare una richiesta eccessiva…

Luciano Lorini

(Nota su Facebook – 19 giugno 2016)

Due sposini d’oro

Mamma e papà oggi

Mamma e papà oggi

Il mio papà, Giorgio Lorini, lasciò la natia Zara non ancora decenne il 6 gennaio 1944, assieme alla sua mamma Ada de Benvenuti, da 9 anni vedova del capitano marittimo Mario, e al fratello Ettore, quasi diciottenne, in un viaggio avventuroso a bordo del piroscafo Sansego. Dopo un periodo di qualche mese a Trieste partirono per Verona. Di quei tempi e degli eventi successivi ha un ricordo preciso e circostanziato, un patrimonio profuso abbondantemente.

 

La mia mamma, Rita Santucci, ha fatto a tempo solo a nascere a Zara, il 3 marzo del 1943, per essere considerata una zaratina DOC. Suo padre, Dario, allora sotto le armi, preoccupato per gli eventi bellici e quasi presago della catastrofe imminente, mandò nelle Marche, luogo d’origine della famiglia, la moglie Emma de Franceschi con le due figlie: Maria Novella di anni tre e Rita di soli tre mesi.

È stato il caso, o forse il destino, che ha fatto incontrare questi novelli Romeo e Giulietta nel settembre 1964, mentre si svolgeva il “balo de le ciacole” al Circolo Ufficiali di Castelvecchio in Verona. Mamma era ospite degli zii materni, giunta da Fermo in occasione del raduno. Alta, sorridente, bruna, con due grandi occhi azzurri, esprimeva una bellezza che non era solo la bellezza “del musso”, cioè dei vent’anni. A papà bastarono pochi momenti di ballo sulle note di una canzone in voga per far sì che tutte le sue convinzioni celibatarie di allergia ai legami, mantenute a fatica fino ai trent’anni, crollassero all’istante. Lui aveva molteplici interessi: faceva parte di un coro alpino, attore in una compagnia di teatro amatoriale, cantante in un’orchestrina da ballo, presentatore di rassegne dilettanti, molto in voga negli anni sessanta. Attività che alternava al lavoro “serio” presso il settore commerciale dell’ENEL. Insomma, si divertiva e si godeva la libertà di vivere varie esperienze, anche sentimentali, senza problemi. Quando incontrò la mamma ne restò immediatamente conquistato; capì che lei era la persona giusta con cui legarsi definitivamente. Nella stessa serata, ai propri cugini presenti al ballo, disse: «vi presento la vostra nuova cugina!». Era cosa fatta!

E bisogna proprio dire che papà aveva visto giusto, ché davvero la mamma si è rivelata una compagna di vita insostituibile. Forte e determinata, intelligente e sensibile, si è sempre dimostrata, con il suo perfetto equilibrio di fantasia e concretezza, un complemento sostanziale per il temperamento di papà, a volte un po’ sognatore e sbilanciato sul lato “artistico” della vita.

Mamma e Papà all'altare

Mamma e Papà all’altare

Vivendo a 400 Km di distanza l’uno dall’altra, lui a Verona e lei a Fermo, senza i telefonini cellulari non ancora inventati e l’Autostrada Adriatica incompleta, il loro amore veniva vissuto con difficoltà. Per cui si giunse ad una bilaterale decisione: fidanzamento lampo e nozze celebrate il 26 maggio 1966. Seguirono anni intensi e felici vissuti tra soddisfazioni non prive di sacrifici, specialmente per mamma, divisa fra le cure familiari e l’insegnamento. Un anno dopo, esattamente l’uno di agosto del 1967, sono arrivato io, Luciano; mi seguiranno i fratelli: Alberto nel giugno 1969 e Renato nel marzo 1975. Attualmente gli zaratini di terza generazione sono ben rappresentati dai miei due figli: Luca, nato nel 1998, e Leonardo, nel 2001, e dai due di Alberto: Zeno, nato nel 2004, e Martino, nel 2006. Le premesse per la continuazione e crescita della famiglia certo non mancano…


Oggi gli arzilli e ben portanti “sposini del raduno” tagliano il traguardo delle nozze d’oro.

Sempre bellissimi, uniti in coppia come un insieme indissolubile, li si incontra spesso camminare verso il domani con serenità, godendo della bellezza che la vita offre, mai paghi di gustare, come doni preziosi, la famiglia, le relazioni, i viaggi, l’arte, la natura… il mondo!

In questo lieto giorno tutti noi, figli e nipoti, ci stiamo dando da fare (anche questo ricordo è parte integrante della “celebrazione”) per festeggiarli adeguatamente. Soprattutto, per ringraziarli di tutto il bene riversato su di noi, per gli insegnamenti, gli esempi ed i valori trasmessici con la loro solida testimonianza di vita, di fede e d’amore.

Grazie mamma, grazie papà, vi vogliamo bene.

Zaratino quattro quarti

Figlio di esuli entrambi zaratini racconto, in questo Giorno del ricordo 2016, la mia “prima volta a Zara” e, rivivendo le emozioni di quel viaggio, ricordo gli echi della mia “infanzia zaratina in esilio”, e provo a descrivere che cosa rappresenti per me questa identità.

 

Novembre 2013, settant’anni esatti dal primo bombardamento. Sono su un pullman e mi sto accingendo a visitare Zara per la prima volta. Accanto a me siedono mamma e papà, entrambi zaratini, a cui ho chiesto di farmi da guida in questo viaggio nella terra delle mie origini. Un viaggio che desideravo da anni e che per molte ragioni non ero ancora riuscito a concretizzare; sono molto emozionato! I nostri compagni di viaggio sono tutti esuli giuliano-dalmati; si stanno recando, come ogni anno, a visitare le tombe lasciate in terra di Dalmazia, grazie all’opera del Madrinato che organizza questo pietoso pellegrinaggio. Quasi tutti molto anziani, sono felici della mia curiosità, mi adottano subito e non perdono occasione per raccontarmi episodi di storia zaratina e vicende personali, con i ricordi vivi e intensi come se solo ieri avessero abbandonato la loro terra, la loro casa, la loro vita…

Capisco bene la nostalgia! L’ho vissuta per molti anni, a casa, sin dalla prima infanzia quando, in occasione di tutti i raduni di parenti, coglievo ricorrente il nome di Zara, legato ad un insieme di notizie, di riferimenti e di impressioni, ripetutamente evocato nei discorsi dei “grandi”: genitori, zii, nonni, amici. Bastava infatti il pranzo domenicale con la nonna e qualche zia perché si scatenasse il «ti te ricordi, quando jerimo a Zara?» e… via, con l’elenco del cuore, a ricordare tutti quei nomi che da sempre risuonano familiari alle mie orecchie.

Avevo così già virtualmente visto e conosciuto: la Cale Larga, la Riva Nova, la Zerarìa, la Canottieri Diadora, le Mura, il Parco Regina Elena, le escursioni in barca ai scoi, l’agnelo rosto a Belafusa e il porzeleto a Bocagnazo, le paste del Battara, i bagni a Puntamica e poi «Do basi a chi trova parola più bela», le fritole de la vigilia, le fanfarigole e i «fighi co la joza che più boni no se trova in tuto el mondo». Insomma tutte quelle cose per cui era lecito cantare che “Tuto xè a Zara belo, tuto xè grazia e amor: la tera, el mar, el zielo, ma spezialmente el cor”, rafforzando la convinzione che questa città fosse un luogo di delizie da Mille e una notte, un Eden, un paradiso perduto che non si poteva non amare. E così, da sempre, dinnanzi ai miei occhi curiosi e meravigliati di bimbo, sono sfilate le visioni derivate da avvenimenti, storie liete o tristi, comiche o tragiche, assimilate come realtà e fantasia dal mio desiderio di conoscenza e approfondimento. Da sempre, infine, ho udito le esaltazioni di bellezza ambientale, di bontà climatica, di raffinata gastronomia, di sodalità amicale, di elevatezza di sentimenti che contraddistinguevano questa città e i suoi abitanti, il tutto riccamente commentato, a volte con bonaria, scanzonata allegria, altre con nostalgica, accorata mestizia.

sulla 'Riva vecia'

sulla ‘Riva vecia’

Ma oggi è diverso; oggi sono qui, a toccare con mano la città dei miei antenati, che non ho mai visitato prima, ma che conosco già. E la trovo bella, ugualmente bella, nonostante tutti mi dicano che una volta «la jera più bela ancora». Ne inspiro i profumi, ne ascolto i silenzi delle calli e provo ad immaginarmi come sia stato viverla allora, italiana, un po’ nobile e un po’ commerciante, «co i muli che zigava in strada» e «le babe che ciacolava sui cantoni»

Il mio “Viaggio di Ulisse”, nelle vesti di un dalmata di seconda generazione, mi sta dimostrando che Zara è veramente una gran bella città, immersa com’è in una natura meravigliosa, contornata da stupendi dintorni, e non mi è difficile credere che, nel passato, lo sia stata ancor di più agli occhi dei suoi figli, specialmente prima della distruzione del patrimonio artistico che la contraddistingueva. Comprendo più a fondo quali debbano esser state le tristi emozioni nelle tragiche vicissitudini della guerra e dell’esodo e dentro di me giustifico quelle care piccole-grandi esagerazioni nel descrivere tali bellezze, dettate dal grande amore per il luogo natio, irrimediabilmente perduto.

Son zaratin, de sangue; zaratino “quattro quarti”, come non manca di ricordarmi il cugino Gianni, uno degli esuli più giovani (in quanto concepito a Zara, ma nato in penisola). A due anni dal traguardo del mezzo secolo, capisco anche di essere una rarità (comunque mi battono i miei due fratelli minori). Un gioco del destino, che ha fatto incontrare i miei genitori, fuggiti da Zara ancora bambini e esuli a 400 chilometri di distanza l’uno dall’altra, a un raduno veronese, complici inconsapevoli alcuni parenti (l’intera storia è qui).

Nato e cresciuto a Verona, non mi sento, oggi, meno veronese dei miei concittadini: vivo profondamente la mia città e ne conosco storia e tradizioni; ho imparato il dialetto (pur con qualche difficoltà e presa in giro, quando ad esempio confondevo “te sì” con “ti xè” o “come steto?” con “come ti sta?”) e partecipo alla vita cittadina, interessandomi al dibattito sociale e politico. Ma non dimentico, il mio sangue “centopercento” non me lo permette, di essere di ascendenti zaratini. La mia origine è parte fondante della mia memoria di ragazzino, ieri; e la mia storia costruisce la mia identità di adulto, oggi. Riesco quindi a percepire con piena partecipazione le esperienze dolorose dei miei nonni e bisnonni, la forza e l’amore per la loro terra, la terribile e struggente nostalgia per la perdita di una parte importante di sé che li ha accompagnati per tutta la vita dal dopoguerra.

E racconto la storia della mia famiglia, convinto che solo attraverso la conoscenza del passato, oggi, sarà possibile costruire il domani di un mondo migliore, per i nostri figli e le generazioni a venire.

Luciano Lorini

(pubblicato su Il Dalmata 91 – aprile 2016)

Crociate contemporanee

L'Arena - Logo

Tutto è cominciato con una lettera, apparentemente innocente, di una signora perbene, disturbata dalla maleducazione altrui…

Sebbene, lo sappiamo, la maleducazione di certuni sia innegabile (ma ricordiamoci che essa è trasversale), non per questo mi metto a tavolino per stigmatizzare, carta e calamaio alla mano, il comportamento di tutti quelli che corrono in macchina alle mie spalle, o che si distraggono col cellulare, o…

Sono stanco di leggere lettere di questo tenore. Sono stanco di chi fomenta (anche se sorridendo e cerchiobottando) contrapposizioni tra categorie. Sono stanco di “una volta un ciclista mi ha sfiorato…”. Sono stanco di chi non ha nulla di meglio da fare. E sono stanco di quei giornalisti che non sanno più filtrare le notizie (e pure le non-notizie, come questa), dando voce a chiunque apra la bocca… Scusatemi, è che sono stanco.

TRAFFICO
Multare i ciclisti indisciplinati
L’Arena – mercoledì 13 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 22
Premetto che ammiro le persone che si servono della bicicletta per muoversi: nello stesso tempo fanno attività fisica, non inquinano e riducono il traffico. C’è una fetta però, purtroppo sempre più grande, che declassa e non di poco questa categoria. Percorrono strade in contromano e poche volte stanno attenti al normale flusso; attraversano sulle strisce pedonali a cavallo della bicicletta non ricordandosi che una volta che si viaggia sul mezzo si è a tutti gli effetti un veicolo, perciò è una manovra non giusta. Ma soprattutto mi rivolgo a quelle persone che viaggiano sui marciapiedi. Una volta sono quasi stata travolta da un ciclista a forte velocità mentre uscivo dal portone di casa, e non si è degnato di chiedere almeno scusa. Ti sfrecciano accanto senza tanta attenzione, ti suonano perché tu pedone ti sposti e li lasci passare perché secondo loro sul marciapiede è loro la precedenza. E si arrabbiano pure se gli fai notare che sono palesemente in torto. Capisco che le strade non siano certo all’altezza, piene di buche e in condizioni pessime, ma questo non dà loro diritto di andare sul marciapiede e oltretutto usare la prepotenza di diritto. Perciò un plauso a chi usa nel modo corretto questo mezzo; invece, a chi ha perso del tutto il senso civico, mi auguro che almeno incorra in multe salate.
Miriam Fresco VERONA

Come volevasi dimostrare, l'”innocente scritto” della signora Fresco risveglia gli istinti guerrieri dei nuovi crociati. Perché a casa mia queste le chiamo crociate.

Il dottor Baso, insigne commercialista e autore della lettera che segue, è un grande appassionato di automobili, di Ferrari in particolare. Non è proibito, ci mancherebbe, ma credo che il suo giudizio sia un tantino parziale. Fatico a pensare infatti che nella sua visione di città ideale vi sia posto per le biciclette. Anzi, suppongo che anche i pedoni siano un fastidio da eliminare, ma ci penserà in un secondo tempo; in questo caso se li tiene buoni, sono alleati preziosi. Deve aver pensato che si trattava di una ghiottissima occasione per gettare un po’ di discredito mediatico nei confronti del “nemico” (tale lo dipinge, con appassionata veemenza) per conquistare un po’ di lustro alle sue “truppe”. E l’ha sfruttata. La sua lettera, carente anche dal punto di vista compositivo (quantomeno un po’ arruffato nel suo argomentare), lo ripeto, non è casuale. Perché l’intervento della signora Fresco è stato tutt’altro che ingenuo ed innocente. Avevo immediatamente riconosciuto il “tarlo” nelle sue parole: sebbene inoppugnabile nel contenuto, la sua lettera era infastidita e “fastidiosa”, con i toni sbagliati. “Pelosa”, direi. E generalizzava, troppo. Non una semplice lagnanza, quindi, e mi dispiace essere stato uno dei pochi a coglierlo. Purtroppo ritengo che non funzioni il “non ti curar di lor ma guarda e passa”. Perché queste parole fanno danno, tanto. Si insinuano nella mente dei nostri concittadini e fanno breccia (non dobbiamo sopravvalutarli, i nostri concittadini, perché purtroppo hanno spesso dimostrato di non meritarselo). Lo scambio epistolare apparso sul nostro giornale nei giorni seguenti è lì a dimostrarlo.

Anche se la lettera del dottor Baso è ottusa nella sua visione complessiva degli spazi stradali, l’aggressività e grossolanità degli argomenti non fanno purtroppo sorridere nessuno. Non fanno sorridere noi ciclisti, perché capiamo che simili affermazioni provenienti da una posizione rilevante come la sua contengono un potenziale altamente pericoloso. E non fanno sorridere l’”uomo della strada”, perché egli, stuzzicato negli istinti più profondi, tende a dare molto credito all’autorità e ad amplificarne i toni in una sorta di effetto megafono. Accendendo le micce. Domani, nei bar, non si commenterà la grevità di un presidente, ma l’inopportunità di avere troppe biciclette in giro. Estremizzando, ma solo per fare un esempio, ricordiamoci che all’inizio si diceva, quasi scherzando, che “gli ebrei puzzavano”. Affermazioni ottuse, a cui nessuna persona di buon senso avrebbe dato credito e per le quali ci sarebbe stato da sorridere, se non fossero state pronunciate da tante e tali persone… La storia ci racconta il seguito.
Mi aspetto, con un po’ di timore, che “la Olga” approfitti della situazione per strapazzarci ancora un po’…

CICLISTI
Un codice da rispettare
L’Arena – sabato 16 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 23
Sono assolutamente d’accordo con la signora Fresco. Soprattutto nel centro storico il caso che ha sollevato sta diventando patologico! La maggioranza dei ciclisti, e purtroppo ho notato di qualsiasi età, etnia e ceto sociale, non rispetta più il codice della strada mettendo in grave pericolo l’incolumità di se stessi ma anche degli altri! Vorrei infatti evidenziare che l’automobilista non si aspetta che qualcuno arrivi da un senso vietato e quindi generalmente non vi presta attenzione. Ora, il ciclista che arriva da un senso vietato rischia pesantemente la propria incolumità, ma nel contempo mette l’automobilista incolpevole in condizioni sia morali che economiche assolutamente poco piacevoli. Non parliamo poi dell’arroganza e della maleducazione della purtroppo stragrande maggioranza dei ciclisti che spesso non si rendono nemmeno conto di quanto possa essere pericoloso il mezzo che conducono nei confronti dei pedoni. Ricordo un unico caso che mi è successo recentemente. Era domenica, stavo attraversando a piedi Ponte Pietra che fra l’altro era gremito di turisti, quando dalla parte opposta sopraggiungeva un ciclista in sella alla sua bicicletta a velocità sostenuta che stava guardando le rive del fiume (assurdo!) e mi stava investendo. «Attenzione», grido io. E lui, senza nemmeno scusarsi né fermarsi, mi grida: «Faccia attenzione lei!». E questo era uno di quelli educati…Ringrazio la signora Fresco per aver sollevato questo serio problema e posso assicurare che, almeno il sottoscritto, si farà promotore presso il comandante della Polizia locale affinché i nostri vigili siano meno transigenti nei confronti dei nostri concittadini ciclisti.
Adriano Baso PRESIDENTE AUTOMOBILE CLUB VERONA

Ed ecco che, dopo che il comandante in capo ha ordinato l’attacco, si scatenano gli eserciti degli indomiti fanti (motorizzati) ad espugnare il fortino dei ciclisti.

Con un approccio decisamente battagliero (sfido a dichiarare che non sia così) gli interventi del tipo “un giorno mio zio è stato sfiorato da un ciclista, che gli ha pure fatto il dito medio” si sprecano e le pagine del quotidiano veronese ospitano lettere dai toni più o meno arrabbiati. Anche i ciclisti non stanno zitti, ma per fortuna usano armi meno grossolane: argomentazioni statistiche, ironia, razionalità. Nessuno dei ciclisti si sofferma più di tanto sulle volte (centinaia, e quotidiane) in cui ha rischiato la vita per colpa di una disattenzione automobilistica, di un inopportuno cellulare alla guida, di uno stop o una precedenza non rispettata. A partire dalla lettera di Luca Reani, che ricorda non esistere le categorie, ma solo la pura maleducazione e il non rispetto.

INDISCIPLINA IN STRADA
Chi sgarra in bicicletta
L’Arena – domenica 17 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 25
Prendo spunto dall’ennesima lettera che riguarda «i ciclisti», scritta dalla signora Fresco. Non trovo corretta l’abitudine di dividere le persone in categorie e poi aggettivare l’intera categoria. Al mondo non esistono i ciclisti e gli automobilisti, i bianchi e neri, quelli di Pescantina e quelli di Bussolengo, ma semplicemente persone più o meno educate, più o meno indisciplinate, più o meno furbe. Queste «qualità» personali sono trasversali a tutte le «categorie» in modo del tutto casuale. E poi in una giornata uno può andare a piedi, in bici, in macchina, in moto, in autobus, e notare tutte le scorrettezze che gli altri utenti commettono, a rotazione in funzione del mezzo che sta usando, a quale categoria dobbiamo assegnarlo? Ecco quindi che la logica dice che le infrazioni, nella fattispecie stradali, vanno sanzionate in quanto tali e declassano il singolo individuo che le commette, non una categoria (che non esiste).
Luca Reani VERONA

CICLISTI
Indisciplinati da multare
L’Arena – martedì 19 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 23
Nell’esprimere la massima condivisione per quanto scritto dalla signora Miriam Fresco nella lettera pubblicata su L’Arena il 13 gennaio a proposito dei moltissimi ciclisti indisciplinati, mi preme far presente che, a mio modestissimo parere, parte della responsabilità dell’anarchia che vige tra molti di loro ce l’hanno gli agenti delle forze dell’ordine che, in presenza di un ciclista indisciplinato (per usare un’eufemismo; l’espressione più appropriata sarebbe «in flagranza di infrazione al Codice della strada»), non dico – voglio essere buono – che gli facciano una contravvenzione, ma manco fanno la fatica di avvisare il ciclista in questione che ciò che sta facendo è un’infrazione al Codice della strada e che non lo debbono più fare. Moltissime volte sono stato testimone di simili comportamenti da parte degli agenti delle forze dell’ordine, che non fanno una piega quando sotto i loro occhi passano ciclisti sul marciapiedi o che attraversano passaggi pedonali riservati, appunto, ai soli pedoni; e non sto parlando di quegli attraversamenti che sono comuni sia per i pedoni che per i ciclisti. Oltretutto, questi ciclisti, a dir poco indisciplinati, credendosi equiparati ai pedoni, nell’attraversare sulle strisce pedonali si permettono pure di prendersi la precedenza! E’ ovvio che, con questo atteggiamento da parte degli agenti delle forze dell’ordine, passa il messaggio che ai ciclisti tutto sia permesso e che per loro non vi siano né regole e né Codici da rispettare. Posso capire la riluttanza a fare contravvenzioni ai ciclisti che poi, come è già successo in passato, provocano lo sdegno e le proteste da parte dei simpatici Amici della bicicletta che se la prendono con chi ha fatto, giustamente, rispettare il Codice della strada anche a loro, ma almeno facciano lo sforzo di educarli. Non è forse questo uno dei compiti principali delle forze dell’ordine?
Alberto Quagli VERONA

CICLISTI/1
Severi anche con le vetture
L’Arena – mercoledì 20 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 23
Il presidente dell’Aci di Verona, in una lettera, ha lamentato la condotta maleducata e pericolosa dei ciclisti, riportando un caso personale: una bicicletta stava per investirlo pedalando a velocità sostenuta sul Ponte Pietra gremito di gente. Al suo «attenzione!» il ciclista ha risposto «faccia attenzione lei!». Ritengo- e scrivo in qualità di ciclista, ma anche di automobilista, utente dei mezzi pubblici e pedone- che certamente quel ciclista avrebbe fatto meglio a scusarsi sorridendo. Almeno tra utenti deboli della strada, i rapporti dovrebbero essere improntati a solidarietà e gentilezza e alla regola dell’attenzione verso chi è più vulnerabile. L’Istat ci dice che nel 2014 in Italia, effettivamente, ben 4 pedoni sono morti nello scontro con una bicicletta. Nel 2013 solo uno. Vorrei però rilevare che nello stesso 2014 i pedoni morti perché investiti da un mezzo motorizzato sono stati 573. Di questi, 427 sono stati uccisi da auto private. Probabilmente anche quelle persone avranno gridato «attento!» ma chi è chiuso in un abitacolo non può sentire e guida un mezzo pesante ad una velocità ben più elevata di quella di una bicicletta. Mi auguro quindi che il presidente dell’Aci, oltre a sollecitare la Polizia locale ad essere più intransigente nei confronti dei ciclisti, voglia mostrare la stessa sensibilità nel sollecitare maggior rigore nei confronti degli automobilisti. Fatte le dovute proporzioni di pericolosità anzi, l’intransigenza dovrebbe essere moltiplicata almeno per cento.
Donatella Miotto VERONA

CICLISTI/2
Ma i colpevoli sono solo loro?
L’Arena – mercoledì 20 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 23
Dunque, secondo il presidente dell’Aci di Verona il problema principale della mobilità nella nostra città, il problema che giustamente merita il massimo dell’attenzione da parte della polizia locale, sollecitata a porvi rimedio al più presto e con maggiore severità, è l’indisciplinatezza dei ciclisti urbani. È noto a tutti, infatti, che: sono i ciclisti che non rispettano i limiti di velocità, si distraggono col cellulare, sorpassano dov’è proibito e mettono così a repentaglio la vita dei pedoni, ad esempio quando attraversano la strada sulle strisce (gli investimenti su corso Milano stanno a dimostrarlo); sono i ciclisti che con le emissioni velenose dei loro velocipedi inquinano l’aria della nostra città rendendola irrespirabile e favorendo così l’insorgere di malattie respiratorie anche gravi; sono i ciclisti che, invadendo la Ztl con o senza autorizzazione, impediscono il godimento del nostro meraviglioso centro storico a concittadini e turisti che vorrebbero passeggiare in tutta tranquillità; sono i ciclisti che parcheggiano i loro ingombranti mezzi ovunque, non rispettano i divieti di sosta, occupano i marciapiedi e le poche piste ciclabili esistenti, impediscono il passaggio dei pedoni ostacolando in modo particolare carrozzine e carrozzelle, deturpano la bellezza del centro storico (davanti a Castelvecchio, a Porta Borsari, in piazza Erbe, davanti al municipio…); sono i ciclisti che, creando un volume di traffico cittadino ormai insostenibile, impediscono ai mezzi pubblici di muoversi in tempi ragionevoli e di diventare così davvero attraenti per gli spostamenti urbani. Sanzioniamoli, allora, questi concittadini indisciplinati, proponiamo anche misure drastiche nei loro confronti, magari la confisca delle loro pericolose e invadenti biciclette, e finalmente potremo dire di aver combattuto la causa principale dei problemi di mobilità urbana a Verona e di aver contribuito a renderla una città più sicura, più tranquilla, più pulita!
Francesca Gonzato VERONA

INCIDENTI STRADALI
Ma i ciclisti sono le vittime
L’Arena – giovedì 21 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 23
Gli incidenti stradali a Verona stanno calando grazie anche all’opera do prevenzione da parte della polizia municipale. Ciononostante, anche nel 2015 si sono avuti 1.753 sinistri, con nove morti e 46 feriti gravi. Quanti di questi sono stati provocati dai brutti, maleducati e arroganti ciclisti e quanti, invece, da simpatici automobilisti? Non ho trovato il dato, ma penso di non sbagliare se dico che nessun morto o ferito grave è stato causato da un qualsiasi ciclista. Mentre i ciclisti e i pedoni sono spesso vittime del comportamento di qualche automobilista. Eppure la rubrica delle lettere ospita spsso lamentele di persone che denunciano la pericolosità e la maleducazione dei ciclisti, quasi mai degli automobilisti. Invito tutti a segnalare pure tutte le infrazioni dei ciclisti (magari anche dei pedoni) senza dimenticare che il vero problema di città come Verona è l’eccesso di traffico privato a motore, responsabile di imbruttimento delle strade e di minumenti, di inquinamento e di insicurezza.
Giuseppe Merlin MONTORIO

In questo scritto, però, il signor Taborelli varca il limite. Manca solo che il suo ciclista (nero e senza fari, nella notte nera, col giubbetto nero) mastichi una liquirizia… Anche qui si percepisce rabbia, livore. Qualcuno suggerisce frustrazione da traffico e invidia per la pedalante libertà. Può essere. Tuttavia decido che merita una risposta.

E, stavolta sì, scrivo anch’io.

CICLISTI
Bici, controlli e sequestri
L’Arena – venerdì 22 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 23
Riallacciandomi a quanto asserito da Adriano Baso nell’articolo del 16 gennaio, ritengo che ormai sia tempo di agire, di investire di più nelle forze dell’ordine, di invitare il comandante della Polizia municipale dottor Altamura a porre un freno a questo viavai di ciclisti che, in ogni ora, dalla mattina all’alba del giorno dopo, compresa soprattutto la notte, scorazzano indisturbati, in contromano, a fari spenti, in mezzo alla strada, dondolandodi qua e di la come se si sentissero padroni della strada. Occorre che ci scappi il morto come in tutte le cose, prima che le autorità decidano di porre rimedio ad un simile pericolo che coinvolge ciclisti, pedoni, automobilisti e chiunque altro abbia a che fare con queste persone senza cervello? Alcune sere fa, verso le 23.40, dopo aver presieduto ad una assemblea condominiale, stavo andando a casa quando, arrivato alla fine di via Rosa Morando, nell’immettermi con il mio automezzo in via Badile, vedo sfrecciare, proveniente proprio da quella via, un ciclista di colore, con una bicicletta senza fanale, in contromano che stava dirigendosi verso Porta Vescovo. L’oscurità della notte, il colore del volto dello sconsiderato velocista che fra l’altro indossava anche un giubbetto nero, la mancanza di fanali davanti e dietro la bici, la mia stanchezza e il desiderio impellente di arrivare a casa, mi hanno per un attimo fatto sobbalzare e Dio ha voluto che la mia frenata improvvisa sia riuscita ad evitare un sicuro incidente. Se ciò non fosse andato bene, vai tu a convincere i vigili che ti sei trovato all’improvviso un ciclista in contromano con un velocipede fatiscente e che non sei riuscito ad evitarlo… Sicuramente perdi la serenità, se prima ce l’avevi. Propongo di fermare e revisionare subito, anche di giorno, tutte le biciclette che girano in città e in periferia, sequestrare i mezzi non conformi e che non garantiscono sicurezza sia per chi li cavalca sia per chi li incontra, freni, gomme, fanali, pedali e quant’altro e cominciare a sequestrarli se fuori norma e pene più severe se qualcuno viene colto a percorrere vie in contromano. Alla fine la responsabilità ricade sempre sugli automobilisti e non ritengo giusto assumermi presunte colpe anche quando non lo merito!
Giuliano Taborelli VERONA

Nel frattempo, al mattino successivo, arriva la proposta di tregua da pare del dottor Adriano Baso, che rimette la discussione su un piano decisamente diverso, di parità e civiltà.
Buongiorno, dottor Baso, questo è l’approccio giusto, lei è il benvenuto.

CICLISTI
Manca il rispetto delle regole
L’Arena – sabato 23 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 27
Dico alle signore Miotto e Gonzato che ho solo risposto ad una signora che si lamentava del comportamento dei ciclisti. Non era certo mia intenzione scatenare una guerra fra ciclisti ed automobilisti! Ognuno di noi, che comunque a volte può essere automobilista, motociclista, ciclista o pedone, ha le proprie colpe! Il fatto è che è venuto a mancare il rispetto delle regole da parte di tutti! Anche da parte di quei pedoni che si lanciano sulle strisce pedonali senza nemmeno guardare se sta arrivando qualcuno! Che fine ha fatto il senso civico che i nostri padri ci hanno insegnato? Il rispetto per gli altri e soprattutto per i più deboli? Purtroppo troppo spesso vedo solo comportamenti di arroganza e maleducazione da parte di tutti noi, sia in veste di camionisti, autisti di autobus, automobilisti, motociclisti, ciclisti o pedoni. E questo mi rammarica non poco. Cerchiamo tutti, con un po’ di buona volontà, di ritornare alle nostre origini, nel rispettare le regole e soprattutto gli altri! Si eviterebbero così sicuramente molti incidenti anche gravi.
Adriano Baso PRESIDENTE AUTOMOBILE CLUB VERONA

La mia lettera ancora non è stata pubblicata. Nel frattempo lo è un ulteriore intervento del “crociato” Taborelli, che stavolta proprio non si contiene, elencando prima tutte le carenze valoriali per attribuirle poi alla categoria “maudit”. Pensavo di suggerirgli anche un bel tatuaggio sul braccio, solo per ragioni di civiltà e sicurezza, s’intende… Ritorno alla mia domanda iniziale: se non sia cioè compito del buon giornalismo premurarsi anche di filtrare gli atteggiamenti oltranzisti e intolleranti. Sempre che si sia in grado di riconoscerli, s’intende. La mia lettera del 22 gennaio, se sarà pubblicata, andrà bene anche come risposta a questa sua seconda missiva.

CICLISTI
Non mancano regole ma valori
L’Arena – martedì 26 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 25
Nel rispondere ad Adriano Baso, ritengo errato parlare di mancanza di regole, bensì si tratta di un appiattimento se non di una rimozione dei veri valori che hanno contraddistinto la generazione dei nostri padri e ci hanno fatto capire quanto sudore occorre far scivolare sul volto per cercare di costruire una vita decorosa. Dove sono andati a finire l’amore, il rispetto, la correttezza, la sincerità, il buon senso, la fatica? Ora abbiamo solo arroganza in primis, maleducazione, ipocrisia, indifferenza, violenza, desiderio di distruggere per eliminare il sentimento di «noia» che aleggia anche di notte senza parlare di bullismo, pornografia, filmini a luci rosse. Cosa vuol parlare di regole… ma chi le segue ormai? Avrei migliaia di episodi da raccontare a sostegno della mia tesi. Ecco perché propongo che anche le biciclette vengano revisionate a campione, come tutti gli altri mezzi e che venga anche visitato il conducente al quale, se in possesso dei requisiti, verrà consegnato un patentino con il numero di matricola della bici, numero inciso in maniera indelebile sul mezzo. Sapremo così a chi appartengono le bici appese a un paletto mezze distrutte e forse avremo anche meno imbecilli scorrazzanti come se fossero i padroni di strade e marciapiedi ma anche i luminari dell’insolenza.
Giuliano Taborelli VERONA

Ciclista illuminato: siamo tutti d’accordo. E FIAB non sta certo zitta a riguardo. Iniziative annuali e ripetuti interventi educativi di invito a usare i dispositivi di illuminazione, per il bene proprio e altrui, non sono certo un “plateale silenzio”…

CATTIVE ABITUDINI
In bicicletta a fari spenti
L’Arena – giovedì 28 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 24
Parole sante quelle della lettera a L’Arena di venerdì 22 gennaio sull’andare in bicicletta sconsideratamente senza fanali, ovviamente quando sono indispensabili cioè di sera. Dovrebbero comparire in massima evidenza sui computer dei Dirigenti comunali, per agire subito, senza se e senza ma, nel reprimere l’attuale increscioso fenomeno il quale passa, invece, nel più plateale silenzio. Certo di sera non si può far altro che accorrere sul luogo dell’incidente quando capita, ma non si capisce perché, invece, di giorno, non sia possibile istituire dei saltuari controlli con relativa appropriata sanzione per chi cavalca mezzi non idonei, senza ovviamente accettare scuse che… sta splendendo il sole. Sapendo che un controllo c’è, sia pure come ho detto saltuario perché le esigenze sono tante e il personale non può fare l’impossibile, ritengo che molti inizierebbero a riconsiderare il desueto obbligo di fanale anteriore e fanalino posteriore.
Lettera firmata

Eccola, finalmente!

L'Arena 29.01.2016 - Più biciclette e più rispetto (LLorini)

CICLISTI
Più biciclette e più rispetto
Lettera spedita a L’Arena la sera del 22 gennaio 2016
L’Arena – venerdì 29 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 23
Il signor Taborelli, nella sua picaresca esposizione dei cattivi ciclisti, dipinge una città piena di pedalatori, diurni e soprattutto notturni. Magari fosse!, dal momento che è comprovato che la “sicurezza è nella quantità” (safety in numbers, dicono gli anglosassoni, a indicare la quota di massa critica che rende la bici percepita dagli automobilisti e quindi più sicura), sarebbe una buona notizia. Ma egli, invece, nell’auspicare indirettamente una drastica riduzione del “fastidio biciclette”, dimentica una fondamentale verità: ovvero che già oggi (e sempre più in futuro se non invertiremo la tendenza) le automobili sono troppe e lo spazio disponibile nelle città non è più sufficiente per garantire una soddisfacente mobilità ai cittadini e che è quindi interesse di tutti favorire la ciclabilità. Se non vorremo passare sempre più tempo delle nostre giornate nel “grande ingorgo” che paralizzerà le nostre strade, occorre prodursi al più presto in una svolta virtuosa. Ognuno di noi dovrà (re)imparare ad utilizzare in modo più efficiente ed efficace le risorse più elementari, da quelle individuali-naturali (piedi, muscoli e biciclette) a quelle collettive (trasporto pubblico, che andrà inevitabilmente potenziato), dimenticando l’auto privata, se non per i casi di reale necessità (laddove la bici non basta e il mezzo pubblico non arriva). Pensando a questo scenario sarà meglio che ci alleniamo (e partire da subito non è sbagliato, anzi) ad una migliore convivenza tra tutti gli utenti della strada. Le guerre non servono, anche perché dovremmo essere tutti d’accordo sul fatto che alla base della nostra società stanno le regole e che è di fondamentale importanza rispettarle, tutti. Chi non lo fa, ciclista, automobilista o pedone che sia, si autoesclude dal contesto civile, semplicemente non ne è degno (e va sanzionato, non v’è dubbio). Impegniamoci invece e lavoriamo da subito, c’è molto da fare, per costruire armonia e rispetto reciproco, partendo da noi stessi. Riduciamo (e di molto) la velocità; evitiamo il telefono alla guida; scendiamo con le bici dai marciapiedi e rispettiamo i semafori e le distanze di rispetto; teniamo i guinzagli dei cani un po’ più corti e non invadiamo le corsie delle varie utenze (ove presenti). E cominciamo anche a pensare che una società evoluta è solidale (l’opposto della giungla), e il più forte protegge il più debole. In questo senso sta andando anche la revisione del Codice della Strada, che vorrebbe capovolgere la visione della circolazione a favore delle utenze “vulnerabili”, passando anche attraverso norme (ormai accettate in tutta Europa) che, non me ne voglia il mio interlocutore, consentono al ciclista di circolare in controsenso (che è diverso dal contromano), senza tuttavia sconto alcuno per la sicurezza.
Luciano Lorini VERONA

Ed ecco pure la risposta piccata del signor Taborelli, che mal tollera repliche ai suoi argomenti.

“Picaresco” (inutile dire che era riferito alla descrizione del ciclista nella sua prima lettera, non certo al tono della sua seconda replica) in realtà mi era piaciuto, lo trovavo azzeccato. Pensare al ciclista ondeggiante descritto dal Tobarelli come a un moderno Don Chisciotte, arruffato, spaesato, ma consapevole della bontà della sua “missione” (e alla fine vincitore) mi era pure sembrato beneaugurante per la causa degli stessi ciclisti.

La lettera odierna conferma che, in generale, le “perle ai porci” sono uno spreco.
In questo caso, però, non trattandosi di una risposta al singolo, mi conforta sapere che comunque moltissime persone leggono e apprezzano (o biasimano, a seconda i casi): alla pubblicazione della mia replica ho ricevuto diversi messaggi di ringraziamento, e questo è positivo, indica che il tono è stato apprezzato. Un amico mi ha anche detto di avere risposto pure lui, senza però venir pubblicato, per il tono probabilmente poco costruttivo. Strano, sembra il segnale che allora una sorta di filtro redazionale esiste. Non per il Taborelli, pare, al quale evidentemente viene riconosciuta una buona capacità di argomentare… (mah, la sua lettera odierna è proprio illeggibile, da tanto è arruffata e discontinua, povera nelle sue tesi… Nemmeno si è curato di cercarla, la dichiarata differenza tra controsenso e contromano…).

CICLISTI
Troppo idealismo
L’Arena – mercoledì 3 febbraio 2016 – LETTERE, pagina 24
Nel rispondere al signor Lorini, ritengo fuori luogo descrivere la tipologia della mia lettera disturbando un vocabolo di origine spagnola, «picaresca», che spesso viene usato nella novellistica per raccontare le vicende di un personaggio vagabondo, burlesco e truffatore. Nel mio scritto, non ravviso nulla di tutto ciò, ma solo il fatto che i valori di una volta sono scomparsi ed ora si pensa che, per la sicurezza, siano sufficienti esclusivamente le regole che raramente vengono rispettate soprattutto dai ciclisti quali il segnale di stop, i semafori, le precedenze, l’attraversamento sulle strisce pedonali seduti comodamente sul sellino del loro mezzo a due ruote. Tutto questo non si improvvisa, è puro idealismo credere che bastino segnali e pitture sulla strada per sentirsi tranquilli anche camminando, sperare che la prudenza, il rispetto, il senso di civiltà fioriscano dentro di noi così magicamente. Viviamo in una realtà dove gli orari, gli impegni, gli appuntamenti, il lavoro fanno parte di noi stessi e la fretta è la nemica numero uno di tutto ciò. Certo, concordo che occorre servirsi dei mezzi pubblici, ma questo è un altro discorso. Dimenticavo di informare che via Badile, strada dalla quale è sbucato improvvisamente il ciclista di colore, è a senso unico, pertanto se si imbocca in maniera erronea è sempre in contromano, costituendo comunque un pericolo per chi la percorre correttamente.
Giuliano Taborelli VERONA

Questa settimana è già la seconda volta che le lettere pubblicate su L’Arena occupano lo spazio di due pagine. Segno della voglia di partecipazione dei cittadini o piuttosto del bisogno di contenuti (non importa di quale qualità) da parte della redazione? Chissà…

Fiori d’acciaio (Lavanteatro)

fioriacciaioAl cinema sì, spesso; ma a teatro quasi mai mi è capitato di commuovermi alla lacrimuccia. Merito dell’immedesimazione che la recitazione de Lavanteatro, curata e ben calibrata nei toni e nelle sfumature dei passaggi dalla commedia al dramma, ha saputo suscitare.

Bello il testo, ottimamente interpretato dalle bravissime attrici. Ho particolarmente apprezzato la determinazione di Shelby / Lorenza Gelmetti (ruolo difficile, misura di equilibrio e forza incrollabile pur nella difficoltà, ma senza indulgere in eccessi drammatici), e l’apparente distacco (che va lentamente dissolvendosi in un continuum impercettibile ma determinante) di Uiser / Claudia Gandini. Molto indovinate anche la gestualità e la mimica di Annelle / Sara Da Como. Senza nulla togliere a ciascuno degli altri personaggi e all’ottimo regista / Renato Baldi (tutti capaci e molto bravi davvero).

Mi è piaciuto tutto, molto, e vi ringrazio per le due ore di emozione e com-passione. Ottimo lavoro, lo dico ai miei amici.

Fino al 22 agosto al Chiostro di Sant’Eufemia.

 

Buon compleanno (e sono 48)

I miei primi 48Giornata finita, ora saranno 48 fino al prossimo 31 luglio.

Facebook mi ricorda che 175 amici hanno lasciato un pensiero per il mio compleanno. Però, quanti!… E a questi vanno aggiunte le moltissime telefonate, SMS, Whatsapp, Skype (sì, c’è qualcuno pure lì), mail, visite, incontri…

Ogni anno mi ripeto che questo numero altissimo di contatti (aiutati, certo, dalla tecnologia) non è per nulla irrilevante. Per un secondo almeno (e talvolta per qualche attimo in più), qualcuno mi ha voluto onorare di un suo pensiero. Ha fermato un momento le sue attività, la sua vita, per scrivermi una parola, o per comunicare direttamente un messaggio più articolato e tradizionale. E’ una cosa importante, senza dubbio.

Li ho letti tutti, e anch’io ho risposto al pensiero fermandomi e salutando mentalmente ogni mittente. A ognuno, singolarmente, ho dedicato il mio grazie, con un “mi piace”, un messaggio, una conversazione. Specialmente qui, su Facebook, oggi ho riagganciato idealmente molti fili sottili con amici, colleghi, parenti, conoscenti, pedalatori, musicisti, lettori, spettatori, gucciniani, coristi, attivisti, poeti… Persone magari lontane nel tempo e nello spazio, che però sono qui ospitate per aver condiviso anche solo poche (oppure tante) briciole della mia vita. Ma è questa condivisione l’essenza stessa dell’esistenza, la “grande bellezza” che ci rende più ricchi e preziosi.

E’ stata una giornata bellissima, vi ringrazio tutti. Ho passato tanto tempo al cellulare e al PC, è vero, ma ho meditato e goduto. Oggi sono consapevolmente felice per tutto quello che è passato e speranzoso per tutto quello che è futuro. Almeno per oggi, non ho visto nemmeno un minuto di nero (e ultimamente è cosa abbastanza rara). Grazie a tutti, vi voglio davvero bene, ciascuno per quello che rappresenta.

Domani si farà festa, qui in montagna…
Sarà una giornata di relax e amicizia (e speriamo nel bel tempo).

Un abbraccio a tutti. Ciao. Luciano

Il benessere di una città

«Se dovessimo pensare alle nostre comunità, quali sono i criteri per valutarne la maturità? Non è la qualità delle relazioni, il senso di corresponsabilità che si vive, la capacità di perdono? Le relazioni sono un bene prezioso e fragile. Prendersene cura è uno degli investimenti migliori della vita. […]

Sentirsi responsabili degli altri è la premessa necessaria per fare comunità. Non solo comunità-chiesa, ma anche comunità- città, comunità- paese. Questo ha una ricaduta fondamentale sulla vita culturale e civile. Sentirsi responsabili della vita dell’altro significa vivere una cittadinanza attiva, un amore politico che crea condizioni umane per tutti, senza discriminazioni, esclusioni. Come si fa a giudicare il livello di una città? Dai soldi che circolano? Dalla pulizia dei marciapiedi? Oppure dalla qualità della relazioni? Dalle scelte a favore dei diritti e della dignità, dal grado di non esclusione che vi si vive? Come il sentirsi responsabili degli altri può rendere una città un luogo fraterno, ospitale, accogliente?» 

 

È un passaggio dall’omelia domenicale di questa settimana di don Marco Campedelli, della Comunità di San Nicolò all’Arena, che ha invitato a riflettere sul concetto di Comunità (la Parola del giorno era appunto il “Discorso della Comunità”, Matteo 18,15-20).

Le ultime domande, in particolare, hanno creato un cortocircuito mentale con la freschissima esperienza del mio viaggio a Barcellona. Oltre alle classiche suggestioni delle visite ai musei o ai fasti architettonici (sensazioni piacevoli suscitate da un’indubbia bellezza) ho riportato una chiara percezione in questo senso, passeggiando e pedalando all’interno delle viuzze meno frequentate dai turisti, nei mercati e nelle piazze nascoste, dove la gente si incontra e dove si intessono relazioni. Mi sono compiaciuto di una politica che, attraverso scelte urbanistiche attente e responsabili, sembra privilegiare l’attenzione al buon abitare, senza bisogno di cercare soluzioni complesse o avviare esperimenti particolari (penso al bel progetto veronese di co-housing che sta maturando in seno alla MAG).

Basterebbe così poco: riattivare (o creare, dove mancano) i mercati coperti rionali, ad esempio. O pedonalizzare totalmente almeno una strada per quartiere, modificando e arricchendo con un solo gesto politico tutto il significato stesso dei rapporti di vicinato. O aprire in un parco un chiosco gestito, sotto la supervisione di un assistente sociale, da ex tossicodipendenti (una delle “tapas” più piacevoli e significative che ho sperimentato). O…

Mercat de l'Abaceria Central

Mercat de l’Abaceria Central

Significativo, per cogliere le sfumature di questo percepito, il colloquio con il pakistano del negozietto di quartiere presso il quale a mezzanotte facevamo la spesa per la colazione del giorno dopo, che ci ha confessato di non amare l’Italia, paese poco accogliente dal quale è partito senza rimpianti e dal quale, così ci ha detto, se ne stanno andando anche buona parte dei suoi connazionali; a Barcellona “è felice: qui è tutta un’altra cosa”. Basta passeggiare un po’ fuori dalle Ramblas per intuirlo, semplicemente respirando e ascoltando i rumori dei quartieri, che pulsano degli intrecci vitali di molte comunità.

Immagino bene che non sia tutto oro, che magari l’apparenza inganna e che i problemi e i disagi siano molti anche là; ma qualcosa è senza dubbio differente, soprattutto nelle impostazioni di fondo. Trarre qualche spunto ispiratore non ci può fare altro che bene.

Luciano Lorini

(Nota su Facebook – 08 settembre 2014)