Città e bicicletta

[…] Noi siamo convinti che la qualità della vita nostra e dei nostri cari dipenda molto anche dalla capacità dei nostri rappresentanti di prefigurarsi un modello di città migliore di quello in cui ci ritroviamo. Che una città a misura di biciclette sia una città dove in generale tutti possono stare meglio, dove ci sono più negozi di vicinato, dove gli stili di vita sono meno patogeni e persino meno costosi. E dove gli spazi e la mobilità sono pensati anche per anziani, bambini o disabili. Siamo convinti che la bici vada di pari passo con tramvia, telecamere, zone 30 e piano della sosta. In generale con tutti provvedimenti che tendono a disincentivare l’uso dell’automobile e a promuovere quello del mezzo pubblico. Senza dimenticare i pedoni e la necessità di ampliare la ztl e di istituire ztl anche nei quartieri. […]

[Paolo Fabbri (presidente degli Amici della Bicicletta di Verona)]
da “
il punto del Presidente

Troppa TV per i piccoli USA

Suicidio demografico


Crollo delle nascite e retorica familiare.

Continua quello che i demografi chiamano il “suicidio demografico dell’Italia” mentre impazza la retorica sulla famiglia. Il 12 ci saranno 2 manifestazioni per la famiglia, una pro e una contro i Dico sulle unioni di fatto, ma non si fa nulla per invertire la rotta di un paese che avendo dimezzato le nascite da 1 milione a 500mila è destinato a scomparire come etnia nell’arco di poche generazioni, se non prende provvedimenti contro il suicidio demografico. Almeno 250mila immigrati l’anno servono perché mancano 500mila giovani per sostituire 1 milione di ultrasessantenni.

La famiglia si trasforma, aumentano le nuove forme familiari – single, coppie non coniugate, coppie ricostruite , genitori soli – cresciute a più di 5 milioni rispetto ai 3,5 milioni di 10 anni fa, aumentano i figli nati fuori dal matrimonio al 14% dei nati e al 25% tra 10 anni. In Italia c’è la sindrome del rinvio, il diploma, il primo lavoro, l’uscita dalla casa paterna, la coppia, il primo figlio, tutto è rinviato. Se oggi nascono 1,3 figli per donna invece degli 1,2 di qualche anno fa è solo per merito delle immigrate che fanno 2,6 figli a testa. La natalità si riduce dovunque ma in Francia e Svezia che hanno fatto politiche pro natalità, a cominciare dai Voucher per ogni figlio e dalle deprecate 35 ore, la natalità è tornata a 2 figli per donna. Tra 20 anni la popolazione italica si ridurrà di 5 milioni, da 58 a 53, ma con 10 milioni in meno di giovani sino a 64 anni e 5 milioni in più di vecchi, col necessario seguito di badanti e milioni di nuovi immigrati per non chiudere ospedali e fabbriche.

Facciamo retorica sulla famiglia ricordando l’art. 29 della Costituzione “i diritti della famiglia fondata sul matrimonio” e non l’art. 3 “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di religione”, invocando orari di lavoro più lunghi e lavori flessibili senza combattere precarietà e problema della casa, primi responsabili della denatalità e del suicidio demografico.
Chi sa che i tassi di natalità europei più alti derivano da figli nati fuori dal matrimonio?
Come può un paese “intelligente” ignorare i diritti delle unioni di fatto?
Come può un paese intelligente spaccarsi sulla famiglia fondata sul matrimonio o sulla famiglia di fatto senza dedicare le energie a combattere il vero male della famiglia, il suicidio demografico?

Nicola Cacace


[da il Verona di Mercoledì 09 maggio 2007 – pag 6 (rubrica “Il punto”)]

Teodoro Zweifel

DolicocefalaBiondaTeodoro Zweifel era uscito il giorno prima dal carcere, assolto per insufficienza di prove. Godeva di una salute eccellente e possedeva un po’ di denaro. Nel 1920 aveva preso l’abitudine di masticare il chewing-gum abbandonato sui mercati europei dai soldati di ritorno in America: in pochi mesi gli stocks si erano esauriti, la moda era passata, ma l’abitudine gli era rimasta. Nel 1930 aveva contratto quella delle parole incrociate. Le parole incrociate sono il chewing-gum dell’intelligenza. Siccome i nomi Maria, Laura, Dirce, Rosa, Lulù sono troppo mistici, letterari, mitologici, botanici e – come si diceva vent’anni or sono – cocotteschi, chiamava le sue amiche H 26, F 13, nomi che si danno ai sottomarini e alle spie. Da una donna qualunque, scomparsa un bel giorno come scompaiono le donne, aveva avuto un figlio eccezionale, che era stato il suo tormento. Educarlo, che cosa difficile! Diceva: “Di balle non mi sento di raccontargliene, e la verità non ho il coraggio di dirgliela. In questa formula è riassunto, per quei pochissimi che se lo pongono, il problema dell’educazione”. Poi il figlio si era ammalato di meningite. In una di quelle lingue morte che i furbi adoperano per smaltire le fanfaluche ai vivi, si dice che “muor giovine colui che al Cielo è caro”.

Viaggiava con i manubri Sandow per distendere i muscoli, un mazzo di carte per distendere i nervi, un libro di geometria per distendere le idee, una bussola per orientare il letto sul meridiano terrestre con la testa verso il Nord. Avido di silenzio, aveva un amico sordo; a vivere accanto a un sordo, si impara come siano poche le cose che meritano di essere dette.
Frequentava di rado le donne, questi meravigliosi esseri negati al ragionamento, che sfogano la propria collera sulle cose inanimate e sono nell’impossibilità fisica di tacere.
Si sentiva vecchio a quarant’anni. Diceva: “Ma non ti rendi conto di quanto ha vissuto un uomo di quarant’anni? Ha visto formarsi una generazione che gli dà torto su tutti i punti: ha constatato l’inutilità di una guerra che ha messo alle prese durante quattro anni settantaquattro milioni di uomini; ha visto l’infondatezza della chimica scolastica e la debolezza della geometria di Euclide; rammenta i bicicli, lo spleen, i palloni frenati, Pickmann, Ibsen e Lombroso, l’illuminazione a petrolio, il carnevale, le sedute spiritiche, le reticelle del gas, i giurati e lo scetticismo; ha visto nascere l’auto, il cine, la radio, il radium, la vendita a rate, il cemento armato, le società a catena, il pneumotorace, la Wassermann, l’entusiasmo…”.

 

Non frequentava più dello strettamente necessario gli uomini, per non discutere: gli uomini chiamano rispetto delle idee altrui il rendersi complici delle loro ipocrisie.

 

S’era fatta una fortuna al gioco e poi l’aveva persa e se l’era rifatta. Ma dopo una notte rovinosa o fortunata, la sua coscienza a sospensione cardanica riacquistava automaticamente l’equilibrio e lo induceva a prendere il tranvai invece del tassì, a contare il resto, a schiacciare fino al fondo il tubo del dentifricio.

 

Non faceva programmi per il giorno dopo: preferiva lasciarsi vivere. “Perché ” diceva ” privarsi della gioia di cambiare idea? Perché rinunciare alla voluttà dell’indecisione?

 

Nel nutrimento non aveva ne’ orari ne’ formule. “Perché ” diceva ” dovrei impormi delle privazioni per rubare qualche chilogrammo al metabolismo e aggiungere qualche mese al calendario?

 

Abbandonato a se stesso giovanissimo, era stato raccolto da uno zio. Sebbene avesse dimostrato un’evidente disposizione per la musica, lo zio gli aveva fatto imparare la scherma e poiché egli prediligeva gli animali e le piante, gli aveva fatto studiare la storia. Accortosi che amava di un amore puro una fanciulla, lo zio l’aveva allontanato da lei. E quando egli, alla fine, per mostrare la rettitudine delle sue intenzioni, chiese di sposarla, lo zio mandò a monte il matrimonio.

 

Insomma quello zio era stato per lui un secondo padre.

 

[da “Dolicocefala bionda” – Pitigrilli (Dino Segre) – Oscar Mondadori 1982]