Crociate contemporanee

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Tutto è cominciato con una lettera, apparentemente innocente, di una signora perbene, disturbata dalla maleducazione altrui…

Sebbene, lo sappiamo, la maleducazione di certuni sia innegabile (ma ricordiamoci che essa è trasversale), non per questo mi metto a tavolino per stigmatizzare, carta e calamaio alla mano, il comportamento di tutti quelli che corrono in macchina alle mie spalle, o che si distraggono col cellulare, o…

Sono stanco di leggere lettere di questo tenore. Sono stanco di chi fomenta (anche se sorridendo e cerchiobottando) contrapposizioni tra categorie. Sono stanco di “una volta un ciclista mi ha sfiorato…”. Sono stanco di chi non ha nulla di meglio da fare. E sono stanco di quei giornalisti che non sanno più filtrare le notizie (e pure le non-notizie, come questa), dando voce a chiunque apra la bocca… Scusatemi, è che sono stanco.

TRAFFICO
Multare i ciclisti indisciplinati
L’Arena – mercoledì 13 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 22
Premetto che ammiro le persone che si servono della bicicletta per muoversi: nello stesso tempo fanno attività fisica, non inquinano e riducono il traffico. C’è una fetta però, purtroppo sempre più grande, che declassa e non di poco questa categoria. Percorrono strade in contromano e poche volte stanno attenti al normale flusso; attraversano sulle strisce pedonali a cavallo della bicicletta non ricordandosi che una volta che si viaggia sul mezzo si è a tutti gli effetti un veicolo, perciò è una manovra non giusta. Ma soprattutto mi rivolgo a quelle persone che viaggiano sui marciapiedi. Una volta sono quasi stata travolta da un ciclista a forte velocità mentre uscivo dal portone di casa, e non si è degnato di chiedere almeno scusa. Ti sfrecciano accanto senza tanta attenzione, ti suonano perché tu pedone ti sposti e li lasci passare perché secondo loro sul marciapiede è loro la precedenza. E si arrabbiano pure se gli fai notare che sono palesemente in torto. Capisco che le strade non siano certo all’altezza, piene di buche e in condizioni pessime, ma questo non dà loro diritto di andare sul marciapiede e oltretutto usare la prepotenza di diritto. Perciò un plauso a chi usa nel modo corretto questo mezzo; invece, a chi ha perso del tutto il senso civico, mi auguro che almeno incorra in multe salate.
Miriam Fresco VERONA

Come volevasi dimostrare, l'”innocente scritto” della signora Fresco risveglia gli istinti guerrieri dei nuovi crociati. Perché a casa mia queste le chiamo crociate.

Il dottor Baso, insigne commercialista e autore della lettera che segue, è un grande appassionato di automobili, di Ferrari in particolare. Non è proibito, ci mancherebbe, ma credo che il suo giudizio sia un tantino parziale. Fatico a pensare infatti che nella sua visione di città ideale vi sia posto per le biciclette. Anzi, suppongo che anche i pedoni siano un fastidio da eliminare, ma ci penserà in un secondo tempo; in questo caso se li tiene buoni, sono alleati preziosi. Deve aver pensato che si trattava di una ghiottissima occasione per gettare un po’ di discredito mediatico nei confronti del “nemico” (tale lo dipinge, con appassionata veemenza) per conquistare un po’ di lustro alle sue “truppe”. E l’ha sfruttata. La sua lettera, carente anche dal punto di vista compositivo (quantomeno un po’ arruffato nel suo argomentare), lo ripeto, non è casuale. Perché l’intervento della signora Fresco è stato tutt’altro che ingenuo ed innocente. Avevo immediatamente riconosciuto il “tarlo” nelle sue parole: sebbene inoppugnabile nel contenuto, la sua lettera era infastidita e “fastidiosa”, con i toni sbagliati. “Pelosa”, direi. E generalizzava, troppo. Non una semplice lagnanza, quindi, e mi dispiace essere stato uno dei pochi a coglierlo. Purtroppo ritengo che non funzioni il “non ti curar di lor ma guarda e passa”. Perché queste parole fanno danno, tanto. Si insinuano nella mente dei nostri concittadini e fanno breccia (non dobbiamo sopravvalutarli, i nostri concittadini, perché purtroppo hanno spesso dimostrato di non meritarselo). Lo scambio epistolare apparso sul nostro giornale nei giorni seguenti è lì a dimostrarlo.

Anche se la lettera del dottor Baso è ottusa nella sua visione complessiva degli spazi stradali, l’aggressività e grossolanità degli argomenti non fanno purtroppo sorridere nessuno. Non fanno sorridere noi ciclisti, perché capiamo che simili affermazioni provenienti da una posizione rilevante come la sua contengono un potenziale altamente pericoloso. E non fanno sorridere l’”uomo della strada”, perché egli, stuzzicato negli istinti più profondi, tende a dare molto credito all’autorità e ad amplificarne i toni in una sorta di effetto megafono. Accendendo le micce. Domani, nei bar, non si commenterà la grevità di un presidente, ma l’inopportunità di avere troppe biciclette in giro. Estremizzando, ma solo per fare un esempio, ricordiamoci che all’inizio si diceva, quasi scherzando, che “gli ebrei puzzavano”. Affermazioni ottuse, a cui nessuna persona di buon senso avrebbe dato credito e per le quali ci sarebbe stato da sorridere, se non fossero state pronunciate da tante e tali persone… La storia ci racconta il seguito.
Mi aspetto, con un po’ di timore, che “la Olga” approfitti della situazione per strapazzarci ancora un po’…

CICLISTI
Un codice da rispettare
L’Arena – sabato 16 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 23
Sono assolutamente d’accordo con la signora Fresco. Soprattutto nel centro storico il caso che ha sollevato sta diventando patologico! La maggioranza dei ciclisti, e purtroppo ho notato di qualsiasi età, etnia e ceto sociale, non rispetta più il codice della strada mettendo in grave pericolo l’incolumità di se stessi ma anche degli altri! Vorrei infatti evidenziare che l’automobilista non si aspetta che qualcuno arrivi da un senso vietato e quindi generalmente non vi presta attenzione. Ora, il ciclista che arriva da un senso vietato rischia pesantemente la propria incolumità, ma nel contempo mette l’automobilista incolpevole in condizioni sia morali che economiche assolutamente poco piacevoli. Non parliamo poi dell’arroganza e della maleducazione della purtroppo stragrande maggioranza dei ciclisti che spesso non si rendono nemmeno conto di quanto possa essere pericoloso il mezzo che conducono nei confronti dei pedoni. Ricordo un unico caso che mi è successo recentemente. Era domenica, stavo attraversando a piedi Ponte Pietra che fra l’altro era gremito di turisti, quando dalla parte opposta sopraggiungeva un ciclista in sella alla sua bicicletta a velocità sostenuta che stava guardando le rive del fiume (assurdo!) e mi stava investendo. «Attenzione», grido io. E lui, senza nemmeno scusarsi né fermarsi, mi grida: «Faccia attenzione lei!». E questo era uno di quelli educati…Ringrazio la signora Fresco per aver sollevato questo serio problema e posso assicurare che, almeno il sottoscritto, si farà promotore presso il comandante della Polizia locale affinché i nostri vigili siano meno transigenti nei confronti dei nostri concittadini ciclisti.
Adriano Baso PRESIDENTE AUTOMOBILE CLUB VERONA

Ed ecco che, dopo che il comandante in capo ha ordinato l’attacco, si scatenano gli eserciti degli indomiti fanti (motorizzati) ad espugnare il fortino dei ciclisti.

Con un approccio decisamente battagliero (sfido a dichiarare che non sia così) gli interventi del tipo “un giorno mio zio è stato sfiorato da un ciclista, che gli ha pure fatto il dito medio” si sprecano e le pagine del quotidiano veronese ospitano lettere dai toni più o meno arrabbiati. Anche i ciclisti non stanno zitti, ma per fortuna usano armi meno grossolane: argomentazioni statistiche, ironia, razionalità. Nessuno dei ciclisti si sofferma più di tanto sulle volte (centinaia, e quotidiane) in cui ha rischiato la vita per colpa di una disattenzione automobilistica, di un inopportuno cellulare alla guida, di uno stop o una precedenza non rispettata. A partire dalla lettera di Luca Reani, che ricorda non esistere le categorie, ma solo la pura maleducazione e il non rispetto.

INDISCIPLINA IN STRADA
Chi sgarra in bicicletta
L’Arena – domenica 17 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 25
Prendo spunto dall’ennesima lettera che riguarda «i ciclisti», scritta dalla signora Fresco. Non trovo corretta l’abitudine di dividere le persone in categorie e poi aggettivare l’intera categoria. Al mondo non esistono i ciclisti e gli automobilisti, i bianchi e neri, quelli di Pescantina e quelli di Bussolengo, ma semplicemente persone più o meno educate, più o meno indisciplinate, più o meno furbe. Queste «qualità» personali sono trasversali a tutte le «categorie» in modo del tutto casuale. E poi in una giornata uno può andare a piedi, in bici, in macchina, in moto, in autobus, e notare tutte le scorrettezze che gli altri utenti commettono, a rotazione in funzione del mezzo che sta usando, a quale categoria dobbiamo assegnarlo? Ecco quindi che la logica dice che le infrazioni, nella fattispecie stradali, vanno sanzionate in quanto tali e declassano il singolo individuo che le commette, non una categoria (che non esiste).
Luca Reani VERONA

CICLISTI
Indisciplinati da multare
L’Arena – martedì 19 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 23
Nell’esprimere la massima condivisione per quanto scritto dalla signora Miriam Fresco nella lettera pubblicata su L’Arena il 13 gennaio a proposito dei moltissimi ciclisti indisciplinati, mi preme far presente che, a mio modestissimo parere, parte della responsabilità dell’anarchia che vige tra molti di loro ce l’hanno gli agenti delle forze dell’ordine che, in presenza di un ciclista indisciplinato (per usare un’eufemismo; l’espressione più appropriata sarebbe «in flagranza di infrazione al Codice della strada»), non dico – voglio essere buono – che gli facciano una contravvenzione, ma manco fanno la fatica di avvisare il ciclista in questione che ciò che sta facendo è un’infrazione al Codice della strada e che non lo debbono più fare. Moltissime volte sono stato testimone di simili comportamenti da parte degli agenti delle forze dell’ordine, che non fanno una piega quando sotto i loro occhi passano ciclisti sul marciapiedi o che attraversano passaggi pedonali riservati, appunto, ai soli pedoni; e non sto parlando di quegli attraversamenti che sono comuni sia per i pedoni che per i ciclisti. Oltretutto, questi ciclisti, a dir poco indisciplinati, credendosi equiparati ai pedoni, nell’attraversare sulle strisce pedonali si permettono pure di prendersi la precedenza! E’ ovvio che, con questo atteggiamento da parte degli agenti delle forze dell’ordine, passa il messaggio che ai ciclisti tutto sia permesso e che per loro non vi siano né regole e né Codici da rispettare. Posso capire la riluttanza a fare contravvenzioni ai ciclisti che poi, come è già successo in passato, provocano lo sdegno e le proteste da parte dei simpatici Amici della bicicletta che se la prendono con chi ha fatto, giustamente, rispettare il Codice della strada anche a loro, ma almeno facciano lo sforzo di educarli. Non è forse questo uno dei compiti principali delle forze dell’ordine?
Alberto Quagli VERONA

CICLISTI/1
Severi anche con le vetture
L’Arena – mercoledì 20 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 23
Il presidente dell’Aci di Verona, in una lettera, ha lamentato la condotta maleducata e pericolosa dei ciclisti, riportando un caso personale: una bicicletta stava per investirlo pedalando a velocità sostenuta sul Ponte Pietra gremito di gente. Al suo «attenzione!» il ciclista ha risposto «faccia attenzione lei!». Ritengo- e scrivo in qualità di ciclista, ma anche di automobilista, utente dei mezzi pubblici e pedone- che certamente quel ciclista avrebbe fatto meglio a scusarsi sorridendo. Almeno tra utenti deboli della strada, i rapporti dovrebbero essere improntati a solidarietà e gentilezza e alla regola dell’attenzione verso chi è più vulnerabile. L’Istat ci dice che nel 2014 in Italia, effettivamente, ben 4 pedoni sono morti nello scontro con una bicicletta. Nel 2013 solo uno. Vorrei però rilevare che nello stesso 2014 i pedoni morti perché investiti da un mezzo motorizzato sono stati 573. Di questi, 427 sono stati uccisi da auto private. Probabilmente anche quelle persone avranno gridato «attento!» ma chi è chiuso in un abitacolo non può sentire e guida un mezzo pesante ad una velocità ben più elevata di quella di una bicicletta. Mi auguro quindi che il presidente dell’Aci, oltre a sollecitare la Polizia locale ad essere più intransigente nei confronti dei ciclisti, voglia mostrare la stessa sensibilità nel sollecitare maggior rigore nei confronti degli automobilisti. Fatte le dovute proporzioni di pericolosità anzi, l’intransigenza dovrebbe essere moltiplicata almeno per cento.
Donatella Miotto VERONA

CICLISTI/2
Ma i colpevoli sono solo loro?
L’Arena – mercoledì 20 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 23
Dunque, secondo il presidente dell’Aci di Verona il problema principale della mobilità nella nostra città, il problema che giustamente merita il massimo dell’attenzione da parte della polizia locale, sollecitata a porvi rimedio al più presto e con maggiore severità, è l’indisciplinatezza dei ciclisti urbani. È noto a tutti, infatti, che: sono i ciclisti che non rispettano i limiti di velocità, si distraggono col cellulare, sorpassano dov’è proibito e mettono così a repentaglio la vita dei pedoni, ad esempio quando attraversano la strada sulle strisce (gli investimenti su corso Milano stanno a dimostrarlo); sono i ciclisti che con le emissioni velenose dei loro velocipedi inquinano l’aria della nostra città rendendola irrespirabile e favorendo così l’insorgere di malattie respiratorie anche gravi; sono i ciclisti che, invadendo la Ztl con o senza autorizzazione, impediscono il godimento del nostro meraviglioso centro storico a concittadini e turisti che vorrebbero passeggiare in tutta tranquillità; sono i ciclisti che parcheggiano i loro ingombranti mezzi ovunque, non rispettano i divieti di sosta, occupano i marciapiedi e le poche piste ciclabili esistenti, impediscono il passaggio dei pedoni ostacolando in modo particolare carrozzine e carrozzelle, deturpano la bellezza del centro storico (davanti a Castelvecchio, a Porta Borsari, in piazza Erbe, davanti al municipio…); sono i ciclisti che, creando un volume di traffico cittadino ormai insostenibile, impediscono ai mezzi pubblici di muoversi in tempi ragionevoli e di diventare così davvero attraenti per gli spostamenti urbani. Sanzioniamoli, allora, questi concittadini indisciplinati, proponiamo anche misure drastiche nei loro confronti, magari la confisca delle loro pericolose e invadenti biciclette, e finalmente potremo dire di aver combattuto la causa principale dei problemi di mobilità urbana a Verona e di aver contribuito a renderla una città più sicura, più tranquilla, più pulita!
Francesca Gonzato VERONA

INCIDENTI STRADALI
Ma i ciclisti sono le vittime
L’Arena – giovedì 21 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 23
Gli incidenti stradali a Verona stanno calando grazie anche all’opera do prevenzione da parte della polizia municipale. Ciononostante, anche nel 2015 si sono avuti 1.753 sinistri, con nove morti e 46 feriti gravi. Quanti di questi sono stati provocati dai brutti, maleducati e arroganti ciclisti e quanti, invece, da simpatici automobilisti? Non ho trovato il dato, ma penso di non sbagliare se dico che nessun morto o ferito grave è stato causato da un qualsiasi ciclista. Mentre i ciclisti e i pedoni sono spesso vittime del comportamento di qualche automobilista. Eppure la rubrica delle lettere ospita spsso lamentele di persone che denunciano la pericolosità e la maleducazione dei ciclisti, quasi mai degli automobilisti. Invito tutti a segnalare pure tutte le infrazioni dei ciclisti (magari anche dei pedoni) senza dimenticare che il vero problema di città come Verona è l’eccesso di traffico privato a motore, responsabile di imbruttimento delle strade e di minumenti, di inquinamento e di insicurezza.
Giuseppe Merlin MONTORIO

In questo scritto, però, il signor Taborelli varca il limite. Manca solo che il suo ciclista (nero e senza fari, nella notte nera, col giubbetto nero) mastichi una liquirizia… Anche qui si percepisce rabbia, livore. Qualcuno suggerisce frustrazione da traffico e invidia per la pedalante libertà. Può essere. Tuttavia decido che merita una risposta.

E, stavolta sì, scrivo anch’io.

CICLISTI
Bici, controlli e sequestri
L’Arena – venerdì 22 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 23
Riallacciandomi a quanto asserito da Adriano Baso nell’articolo del 16 gennaio, ritengo che ormai sia tempo di agire, di investire di più nelle forze dell’ordine, di invitare il comandante della Polizia municipale dottor Altamura a porre un freno a questo viavai di ciclisti che, in ogni ora, dalla mattina all’alba del giorno dopo, compresa soprattutto la notte, scorazzano indisturbati, in contromano, a fari spenti, in mezzo alla strada, dondolandodi qua e di la come se si sentissero padroni della strada. Occorre che ci scappi il morto come in tutte le cose, prima che le autorità decidano di porre rimedio ad un simile pericolo che coinvolge ciclisti, pedoni, automobilisti e chiunque altro abbia a che fare con queste persone senza cervello? Alcune sere fa, verso le 23.40, dopo aver presieduto ad una assemblea condominiale, stavo andando a casa quando, arrivato alla fine di via Rosa Morando, nell’immettermi con il mio automezzo in via Badile, vedo sfrecciare, proveniente proprio da quella via, un ciclista di colore, con una bicicletta senza fanale, in contromano che stava dirigendosi verso Porta Vescovo. L’oscurità della notte, il colore del volto dello sconsiderato velocista che fra l’altro indossava anche un giubbetto nero, la mancanza di fanali davanti e dietro la bici, la mia stanchezza e il desiderio impellente di arrivare a casa, mi hanno per un attimo fatto sobbalzare e Dio ha voluto che la mia frenata improvvisa sia riuscita ad evitare un sicuro incidente. Se ciò non fosse andato bene, vai tu a convincere i vigili che ti sei trovato all’improvviso un ciclista in contromano con un velocipede fatiscente e che non sei riuscito ad evitarlo… Sicuramente perdi la serenità, se prima ce l’avevi. Propongo di fermare e revisionare subito, anche di giorno, tutte le biciclette che girano in città e in periferia, sequestrare i mezzi non conformi e che non garantiscono sicurezza sia per chi li cavalca sia per chi li incontra, freni, gomme, fanali, pedali e quant’altro e cominciare a sequestrarli se fuori norma e pene più severe se qualcuno viene colto a percorrere vie in contromano. Alla fine la responsabilità ricade sempre sugli automobilisti e non ritengo giusto assumermi presunte colpe anche quando non lo merito!
Giuliano Taborelli VERONA

Nel frattempo, al mattino successivo, arriva la proposta di tregua da pare del dottor Adriano Baso, che rimette la discussione su un piano decisamente diverso, di parità e civiltà.
Buongiorno, dottor Baso, questo è l’approccio giusto, lei è il benvenuto.

CICLISTI
Manca il rispetto delle regole
L’Arena – sabato 23 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 27
Dico alle signore Miotto e Gonzato che ho solo risposto ad una signora che si lamentava del comportamento dei ciclisti. Non era certo mia intenzione scatenare una guerra fra ciclisti ed automobilisti! Ognuno di noi, che comunque a volte può essere automobilista, motociclista, ciclista o pedone, ha le proprie colpe! Il fatto è che è venuto a mancare il rispetto delle regole da parte di tutti! Anche da parte di quei pedoni che si lanciano sulle strisce pedonali senza nemmeno guardare se sta arrivando qualcuno! Che fine ha fatto il senso civico che i nostri padri ci hanno insegnato? Il rispetto per gli altri e soprattutto per i più deboli? Purtroppo troppo spesso vedo solo comportamenti di arroganza e maleducazione da parte di tutti noi, sia in veste di camionisti, autisti di autobus, automobilisti, motociclisti, ciclisti o pedoni. E questo mi rammarica non poco. Cerchiamo tutti, con un po’ di buona volontà, di ritornare alle nostre origini, nel rispettare le regole e soprattutto gli altri! Si eviterebbero così sicuramente molti incidenti anche gravi.
Adriano Baso PRESIDENTE AUTOMOBILE CLUB VERONA

La mia lettera ancora non è stata pubblicata. Nel frattempo lo è un ulteriore intervento del “crociato” Taborelli, che stavolta proprio non si contiene, elencando prima tutte le carenze valoriali per attribuirle poi alla categoria “maudit”. Pensavo di suggerirgli anche un bel tatuaggio sul braccio, solo per ragioni di civiltà e sicurezza, s’intende… Ritorno alla mia domanda iniziale: se non sia cioè compito del buon giornalismo premurarsi anche di filtrare gli atteggiamenti oltranzisti e intolleranti. Sempre che si sia in grado di riconoscerli, s’intende. La mia lettera del 22 gennaio, se sarà pubblicata, andrà bene anche come risposta a questa sua seconda missiva.

CICLISTI
Non mancano regole ma valori
L’Arena – martedì 26 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 25
Nel rispondere ad Adriano Baso, ritengo errato parlare di mancanza di regole, bensì si tratta di un appiattimento se non di una rimozione dei veri valori che hanno contraddistinto la generazione dei nostri padri e ci hanno fatto capire quanto sudore occorre far scivolare sul volto per cercare di costruire una vita decorosa. Dove sono andati a finire l’amore, il rispetto, la correttezza, la sincerità, il buon senso, la fatica? Ora abbiamo solo arroganza in primis, maleducazione, ipocrisia, indifferenza, violenza, desiderio di distruggere per eliminare il sentimento di «noia» che aleggia anche di notte senza parlare di bullismo, pornografia, filmini a luci rosse. Cosa vuol parlare di regole… ma chi le segue ormai? Avrei migliaia di episodi da raccontare a sostegno della mia tesi. Ecco perché propongo che anche le biciclette vengano revisionate a campione, come tutti gli altri mezzi e che venga anche visitato il conducente al quale, se in possesso dei requisiti, verrà consegnato un patentino con il numero di matricola della bici, numero inciso in maniera indelebile sul mezzo. Sapremo così a chi appartengono le bici appese a un paletto mezze distrutte e forse avremo anche meno imbecilli scorrazzanti come se fossero i padroni di strade e marciapiedi ma anche i luminari dell’insolenza.
Giuliano Taborelli VERONA

Ciclista illuminato: siamo tutti d’accordo. E FIAB non sta certo zitta a riguardo. Iniziative annuali e ripetuti interventi educativi di invito a usare i dispositivi di illuminazione, per il bene proprio e altrui, non sono certo un “plateale silenzio”…

CATTIVE ABITUDINI
In bicicletta a fari spenti
L’Arena – giovedì 28 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 24
Parole sante quelle della lettera a L’Arena di venerdì 22 gennaio sull’andare in bicicletta sconsideratamente senza fanali, ovviamente quando sono indispensabili cioè di sera. Dovrebbero comparire in massima evidenza sui computer dei Dirigenti comunali, per agire subito, senza se e senza ma, nel reprimere l’attuale increscioso fenomeno il quale passa, invece, nel più plateale silenzio. Certo di sera non si può far altro che accorrere sul luogo dell’incidente quando capita, ma non si capisce perché, invece, di giorno, non sia possibile istituire dei saltuari controlli con relativa appropriata sanzione per chi cavalca mezzi non idonei, senza ovviamente accettare scuse che… sta splendendo il sole. Sapendo che un controllo c’è, sia pure come ho detto saltuario perché le esigenze sono tante e il personale non può fare l’impossibile, ritengo che molti inizierebbero a riconsiderare il desueto obbligo di fanale anteriore e fanalino posteriore.
Lettera firmata

Eccola, finalmente!

L'Arena 29.01.2016 - Più biciclette e più rispetto (LLorini)

CICLISTI
Più biciclette e più rispetto
Lettera spedita a L’Arena la sera del 22 gennaio 2016
L’Arena – venerdì 29 gennaio 2016 – LETTERE, pagina 23
Il signor Taborelli, nella sua picaresca esposizione dei cattivi ciclisti, dipinge una città piena di pedalatori, diurni e soprattutto notturni. Magari fosse!, dal momento che è comprovato che la “sicurezza è nella quantità” (safety in numbers, dicono gli anglosassoni, a indicare la quota di massa critica che rende la bici percepita dagli automobilisti e quindi più sicura), sarebbe una buona notizia. Ma egli, invece, nell’auspicare indirettamente una drastica riduzione del “fastidio biciclette”, dimentica una fondamentale verità: ovvero che già oggi (e sempre più in futuro se non invertiremo la tendenza) le automobili sono troppe e lo spazio disponibile nelle città non è più sufficiente per garantire una soddisfacente mobilità ai cittadini e che è quindi interesse di tutti favorire la ciclabilità. Se non vorremo passare sempre più tempo delle nostre giornate nel “grande ingorgo” che paralizzerà le nostre strade, occorre prodursi al più presto in una svolta virtuosa. Ognuno di noi dovrà (re)imparare ad utilizzare in modo più efficiente ed efficace le risorse più elementari, da quelle individuali-naturali (piedi, muscoli e biciclette) a quelle collettive (trasporto pubblico, che andrà inevitabilmente potenziato), dimenticando l’auto privata, se non per i casi di reale necessità (laddove la bici non basta e il mezzo pubblico non arriva). Pensando a questo scenario sarà meglio che ci alleniamo (e partire da subito non è sbagliato, anzi) ad una migliore convivenza tra tutti gli utenti della strada. Le guerre non servono, anche perché dovremmo essere tutti d’accordo sul fatto che alla base della nostra società stanno le regole e che è di fondamentale importanza rispettarle, tutti. Chi non lo fa, ciclista, automobilista o pedone che sia, si autoesclude dal contesto civile, semplicemente non ne è degno (e va sanzionato, non v’è dubbio). Impegniamoci invece e lavoriamo da subito, c’è molto da fare, per costruire armonia e rispetto reciproco, partendo da noi stessi. Riduciamo (e di molto) la velocità; evitiamo il telefono alla guida; scendiamo con le bici dai marciapiedi e rispettiamo i semafori e le distanze di rispetto; teniamo i guinzagli dei cani un po’ più corti e non invadiamo le corsie delle varie utenze (ove presenti). E cominciamo anche a pensare che una società evoluta è solidale (l’opposto della giungla), e il più forte protegge il più debole. In questo senso sta andando anche la revisione del Codice della Strada, che vorrebbe capovolgere la visione della circolazione a favore delle utenze “vulnerabili”, passando anche attraverso norme (ormai accettate in tutta Europa) che, non me ne voglia il mio interlocutore, consentono al ciclista di circolare in controsenso (che è diverso dal contromano), senza tuttavia sconto alcuno per la sicurezza.
Luciano Lorini VERONA

Ed ecco pure la risposta piccata del signor Taborelli, che mal tollera repliche ai suoi argomenti.

“Picaresco” (inutile dire che era riferito alla descrizione del ciclista nella sua prima lettera, non certo al tono della sua seconda replica) in realtà mi era piaciuto, lo trovavo azzeccato. Pensare al ciclista ondeggiante descritto dal Tobarelli come a un moderno Don Chisciotte, arruffato, spaesato, ma consapevole della bontà della sua “missione” (e alla fine vincitore) mi era pure sembrato beneaugurante per la causa degli stessi ciclisti.

La lettera odierna conferma che, in generale, le “perle ai porci” sono uno spreco.
In questo caso, però, non trattandosi di una risposta al singolo, mi conforta sapere che comunque moltissime persone leggono e apprezzano (o biasimano, a seconda i casi): alla pubblicazione della mia replica ho ricevuto diversi messaggi di ringraziamento, e questo è positivo, indica che il tono è stato apprezzato. Un amico mi ha anche detto di avere risposto pure lui, senza però venir pubblicato, per il tono probabilmente poco costruttivo. Strano, sembra il segnale che allora una sorta di filtro redazionale esiste. Non per il Taborelli, pare, al quale evidentemente viene riconosciuta una buona capacità di argomentare… (mah, la sua lettera odierna è proprio illeggibile, da tanto è arruffata e discontinua, povera nelle sue tesi… Nemmeno si è curato di cercarla, la dichiarata differenza tra controsenso e contromano…).

CICLISTI
Troppo idealismo
L’Arena – mercoledì 3 febbraio 2016 – LETTERE, pagina 24
Nel rispondere al signor Lorini, ritengo fuori luogo descrivere la tipologia della mia lettera disturbando un vocabolo di origine spagnola, «picaresca», che spesso viene usato nella novellistica per raccontare le vicende di un personaggio vagabondo, burlesco e truffatore. Nel mio scritto, non ravviso nulla di tutto ciò, ma solo il fatto che i valori di una volta sono scomparsi ed ora si pensa che, per la sicurezza, siano sufficienti esclusivamente le regole che raramente vengono rispettate soprattutto dai ciclisti quali il segnale di stop, i semafori, le precedenze, l’attraversamento sulle strisce pedonali seduti comodamente sul sellino del loro mezzo a due ruote. Tutto questo non si improvvisa, è puro idealismo credere che bastino segnali e pitture sulla strada per sentirsi tranquilli anche camminando, sperare che la prudenza, il rispetto, il senso di civiltà fioriscano dentro di noi così magicamente. Viviamo in una realtà dove gli orari, gli impegni, gli appuntamenti, il lavoro fanno parte di noi stessi e la fretta è la nemica numero uno di tutto ciò. Certo, concordo che occorre servirsi dei mezzi pubblici, ma questo è un altro discorso. Dimenticavo di informare che via Badile, strada dalla quale è sbucato improvvisamente il ciclista di colore, è a senso unico, pertanto se si imbocca in maniera erronea è sempre in contromano, costituendo comunque un pericolo per chi la percorre correttamente.
Giuliano Taborelli VERONA

Questa settimana è già la seconda volta che le lettere pubblicate su L’Arena occupano lo spazio di due pagine. Segno della voglia di partecipazione dei cittadini o piuttosto del bisogno di contenuti (non importa di quale qualità) da parte della redazione? Chissà…

Andare con le rotelline…

Intervista (versione integrale) di Luciano LORINI (versione ridotta qui)

da Ruotalibera (Anno XXV Num. 6 – 114 – Novembre/Dicembre 2009)

Incontriamo e conosciamo meglio i nostri “cugini” pattinatori.

Si chiama mobilità dolce. Riguarda tutti gli utenti della strada che utilizzano forme di trasporto non motorizzato, dai piedi, alle biciclette, passando magari per i pattini, i meglio noti “roller”. Molti aspetti accomunano i ciclisti urbani con i pattinatori. Come noi, ma con le ruote piccole, essi si muovono a impatto zero, esplorando il mondo in forma sostenibile e interagendo con l’ambiente in allegra simpatia. E come i ciclisti, ultimamente, godono di cattiva fama.

Intuendo, per esperienza diretta, questa vicinanza, questa parentela, ho rivolto ai nostri “cugini” di ruota alcune domande per conoscerli meglio. Le risposte sono arrivate pronte e disponibili, aperte e sincere.


Attraversamento protetto in città

– Nelly, Paolo, Carlo e Silvia. Chi siete? Chi sono i pattinatori urbani? Quale la loro composizione? Quali bisogni esprimete, quali le vostre aspettative?

I pattinatori urbani non sono un gruppo definito ma possiamo definire tali semplicemente tutte quelle persone che si ritrovano con i pattini ai piedi per la voglia di farsi un giro. Un po’ come succede per una passeggiata al parco o un giro in bicicletta. Le motivazioni che spingono i pattinatori a incontrarsi sono praticamente il desiderio di muoversi all’aperto, di socializzare, di mettersi alla prova e migliorare le proprie capacità, la curiosità per i luoghi e il rifiuto – quando possibile – per i mezzi motorizzati. In città, le variabili che condizionano il pattinaggio sono molto più numerose: innanzitutto la presenza del traffico veicolare, che costringe a una maggiore attenzione; poi la varietà di fondo stradale e di ostacoli, dal pavè all’asfalto, dal gradino del marciapiede alla piazza lastricata. Aggiungiamo il buio, dato che solitamente i pattinatori si ritrovano in orario serale, un po’ per evitare il traffico più intenso e un po’ perchè naturalmente più liberi da impegni domestici e lavorativi. Anche se molti pattinatori amano praticare il loro sport sia lungo le ciclabili che in città, queste variabili probabilmente “selezionano” le persone in base alle capacità: è infatti probabilmente più facile (se escludiamo percorsi particolarmente lunghi o con grossi dislivelli) accompagnare un pattinatore inesperto su una ciclabile sgombera da auto e che si presenta grossomodo sempre uguale, piuttosto che su continui, piccoli ostacoli.


Sul Naviglio della Martesana

I pattini quindi sono intesi principalmente come mezzo di svago e sono davvero pochissimi ad usarli come mezzo di trasporto, almeno qui in italia. Il problema fondamentale è che pattinare sulla strada e sulle piste ciclabili è vietato, e quindi si circola sempre a proprio rischio e pericolo.

Qualche audace (e capace) li usa al posto della bici anche per gli spostamenti quotidiani, è vero, ma il problema è sempre l’incertezza (“verrò sanzionato?”) derivante dalla certezza di essere abusivo. Sulle piste ciclabili e nelle zone chiuse al traffico i pattini sono infatti tollerati ma il codice della strada (contenuto nel Decreto Legislativo n. 285 del 30.4.1992 all’art. 190, comma 8) ne vieta esplicitamente l’uso: « La circolazione mediante tavole, pattini o altri acceleratori di velocità è vietata sulla carreggiata delle strade » e « Sugli spazi riservati ai pedoni è vietato usare tavole, pattini o altri acceleratori di andatura che possano creare situazioni di pericolo per gli altri utenti ». Per legge le piste ciclabili sono quindi riservate solo ai velocipedi.


Lungo uno dei percorsi Alpe-Adria

Quando si va in giro si cerca ovviamente di fare tutto nel rispetto del codice della strada (paradossalmente, sempre considerando che nel momento in cui ci si infilano i pattini, fuori da una pista di pattinaggio o adibita ad essi, si è già fuorilegge), si rimane il più uniti possibile e regolari per evitare intralci con il traffico cittadino. Insomma si gira in ciclabile, per strade poco trafficate, per le piazze, ecc., come si farebbe con una normalissima bicicletta.

Per questo quindi pensiamo che le esigenze di un pattinatore siano fondamentalmente le stesse che può avere un ciclista. Ovvero tutela, rispetto e dignità, nella reciprocità con gli altri mezzi.

C’è un gruppo che unisce pattinatori di tutta Italia, il PPUG (Piste Pattinabili User Group), che sta sostenendo attraverso una raccolta firme la proposta di legge (n. 2148 del 3 febbraio 2009) del deputato Sabatino Aracu per consentire la circolazione di pattini e skateboard sulle piste ciclabili

«9-bis. La circolazione con pattini a rotelle o con tavole a spinta è consentita sulle piste ciclabili e nelle altre aree urbane individuate nei piani urbani del traffico, con l’obbligo di osservare il comportamento prescritto per i pedoni ». Se volete potete sostenerci anche voi. (http://www.pattininews.it/summa/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=1742)

Il PPUG incoraggia la pratica del pattinaggio in tutte le sue modalità, purchè rispettose degli altri fruitori degli spazi pubblici (automobilisti, ciclisti, pedoni…) e raccoglie quindi regolarmente informazioni anche sulle pattinate cittadine.

Ambizioso obiettivo è quello di arrivare ad esperienze come quelle di diverse città europee, dove pattinare è permesso, anzi, in molti casi, tutelato dalle forze dell’ordine.


In Valbrenta

– Voi, al contrario del pattinaggio artistico, non siete orientati alla performance ma al divertimento e ad un differente (rivoluzionario?) utilizzo del contesto urbano. Un po’ la differenza che corre tra i ciclisti sportivi e noi Amici della Bicicletta (ciò non esclude ovviamente che vi possano essere sovrapposizioni, visioni condivise o simpatie reciproche). Qual’è il vostro rapporto con il territorio? Quale la vostra visione del tessuto urbano? E in questo contesto (con un occhio sempre rivolto al Codice della Strada), quale modello di mobililtà ipotizzate?

I luoghi prediletti dal PPUG sono le piste ciclabili urbane ed extraurbane e ciò avvicina il movimento e i gruppi (informali o associazioni vere e proprie) alle modalità abitualmente adottate dalle associazioni di ciclisti e cicloturisti.

Pur essendo il PPUG composto da gruppi di natura diversa, alcuni dei quali squisitamente amatoriali, altri con caratteristiche agonistiche, comuni sono le finalità delle proposte: a) la diffusione dell’uso dei pattini anche come mezzo di trasporto ecologico e b) la promozione del pattinaggio tra più persone possibile.

Il PPUG concretizza il perseguimento dei propri obiettivi con l’organizzazione di una serie di attività amatoriali che coinvolgono anche chi si sente solo un “potenziale pattinatore”, ritenendo che pattinare voglia dire respirare aria pulita, fare uno sport completo e adatto a ogni età, mettere insieme grandi, piccoli, bravi e meno bravi, girare la città o addirittura fare le vacanze senza inquinare.


A Rosolina

Concretamente, si tratta di “passeggiate”, mediamente di una trentina di km, su percorsi ciclabili o a bassa percorrenza veicolare, testati precedentemente. Nel calendario PPUG – che raccoglie le proposte dei diversi gruppi in quasi tutto il territorio nazionale – sono inseriti mediamente una ventina di raduni, aperti a tutti, nella consapevolezza, tuttavia, che pattinare è vietato dal Codice della Strada. Questo aspetto purtroppo rende ancora molto diversi i raduni in pattini da quelli in bicicletta, i cui partecipanti naturalmente si sentono più liberi e tutelati. I gruppi promotori curano comunque l’organizzazione in modo da garantire il massimo della sicurezza e della fruibilità; i partecipanti sono coscienti del fatto che pattinano all’aperto sotto la loro personale responsabilità e a loro volta mettono in atto tutte le misure necessarie a partecipare – godendo dell’ambiente circostante e dell’opportunità di aggregazione – nel pieno rispetto degli spazi e dei diversi fruitori.


A Parigi!

– La pattinata notturna del martedì era diventata negli anni il simbolo di una Verona vivace, festosa, aperta e tollerante. Le emozioni e l’empatia con la città e i suoi abitanti che si potevano assaporare in quelle magiche notti estive sono difficili da raccontare, bisogna provarle. Ma qualcosa si è incrinato… Molto a riguardo è stato scritto in questi giorni, in forma più o meno condivisibile. Certo, alcuni problemi è innegabile ci fossero, ma a mio avviso la forma scelta per affrontarli non è stata certo la più illuminata. La vostra opinione? Proposte per il futuro?

Sinceramente, riteniamo che per l’Amministrazione il martedì sera avrebbe potuto trasformarsi da problema a motivo di vanto, proprio come lo è a Parigi, dove esistono il giro del venerdì sera e quello della domenica mattina per le famiglie! Si sarebbe pure potuto considerarlo un’attrazione per i turisti (in passato abbiamo incontrato dei turisti americani che si sono presentati in pattini proprio per fare il giro). Capiamo che uno dei problemi principali è stata la mancanza del rispetto per le regole stradali durante il giro. Forti del numero, non era insolito osservare pattinatori attraversare con il semaforo rosso, o persone non capaci di pattinare che rischiavano di mettere a repentaglio l’incolumità propria e altrui. Questa anarchia, però, era presente solo in certi periodi di punta, dovuta proprio al fatto che nessuno aveva la responsabilità di questa iniziativa, poiché il giro del martedì ormai da anni era semplicemente un ritrovo spontaneo.

Alcuni pattinatori veronesi hanno preso a cuore la faccenda e stanno cercando di rendere nuovamente possibile il giro per la città, con varie proposte e attraverso il confronto con le autorità. Esiste un gruppo su Facebook (http://www.facebook.com/group.php?gid=39316343104) per ulteriori informazioni.

– Voi insegnate a pattinare ai bambini. Il pattinaggio come mezzo per “liberarsi” e stare insieme. Quale futuro “pattinifero” vedete per loro in queste nostra sempre stupenda città?

[Carlo e Silvia] A Padova purtroppo la realtà è molto diversa da quella di Verona. Gli spazi “pattinabili” intesi come ciclabili urbane ed extraurbane sono praticamente inesistenti; lo splendido Prato della Valle, che resta pur sempre uno spazio circoscritto, se da un lato sembrerebbe favorire la possibilità di praticare questo sport, dall’altro disperde i pattinatori, che naturalmente lo usano ciascuno secondo i propri tempi e impegni, senza quindi necessariamente cercare un’aggregazione con altri. Le associazioni e i gruppi presenti inoltre sono molto pochi (attualmente se ne possono contare due) e si dedicano ad attività diverse dal classico giro cittadino. L’amministrazione locale (in particolare la polizia municipale), infine, è decisamente ostile a qualsiasi ipotesi, anche semplice, di utilizzo dei pattini, tanto che le associazioni presenti “esportano” le loro proposte nei Comuni limitrofi.

[Paolo] Ecco, ancora diversa invece è la realtà di Modena (sempre parlando di “urbano” e futuro “pattinifero”) visto che la nostra città è veramente ricca di piste ciclabili. Sotto questo aspetto siamo veramente fortunati, di questo me ne accorgo quando giro per le altre città, accompagnato dai gruppi locali, che a loro volta si sorprendono quando vengono a pattinare a Modena. Anche le autorità locali che ci vedono circolare, non sono ostili e non ci dicono niente dimostrandosi tolleranti… forse perché vedono appunto che non facciamo niente di male, cerchiamo di essere rispettosi e di autoregolarci. Penso che proprio per questi motivi ci sia una buona possibilità di evolvere in quella direzione di convivenza di “pattini e tutto il resto” e, per i bambini che vogliono crescere con i pattini sotto i piedi, di vivere la città liberamente, facendo movimento, divertendosi con gli amici (e non da soli in casa con giochi elettronici) e, cosa che adesso “va tanto di moda” (ma è da sempre importante), senza inquinare.

[Nelly] Mi piacerebbe girare per la città e trovare persone che si esercitano nello slalom, mi piacerebbe che i pattini potessero essere usati per spostarsi e quindi, se ne ho voglia, andare in città in pattini; e vorrei poter entrare senza problemi nei negozi (invece di stare sulla porta o sentirmi costretta a chiedere se posso entrare…). Mi piacerebbe vedere le piste di pattinaggio dei parchetti, adesso usate principalmente dai bambini per giocare a calcio o a basket, piene di bimbi/e e ragazzi/e con i pattini, che magari proprio con i pattini giocano a calcio o a basket.

Piacerebbe anche a noi.

Ringraziamo i nostri interlocutori, e vi invitiamo all’approfondimento seguendo i link ai loro siti web:

In difesa del popolo sovrano

Vi propongo un’interessante riflessione di Enrico Peyretti, un intellettuale italiano impegnato nel movimento per la nonviolenza e la pace. Buona lettura.


Dopo la condanna costituzionale del “lodo Alfano” e il conflitto istituzionale che ne è sciaguratamente seguito, andiamo alle radici della questione.

«La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione» (art. 1 Costituzione italiana). Neppure la sovranità popolare è assoluta, né assoluta è la volontà del popolo sovrano: deve essere esercitata entro i limiti dati e nelle forme stabilite dalla Costituzione. Nessuna forza sociale è sciolta dalla legge. Anche la forza del numero degli elettori è soggetta alla legge. La coscienza personale, anche di uno solo, può sentire intimamente il dovere di disobbedire una legge che sente ingiusta (obiezione di coscienza), ma nello stesso tempo la obbedisce con l’accettare le conseguenze della propria disobbedienza civile (al contrario della disobbedienza occulta), e così preme lealmente per modificarla. La volontà anche della massima parte del popolo, non può violare i limiti costituzionali e i valori umani e civili ivi individuati.

Tanto meno è al di sopra delle legge chi viene eletto, pur legittimamente, all’elettorato. È falso dire che egli è un «primus super pares», come dice un dipendente politico di Berlusconi. Addirittura, se si pensa moralmente e democraticamente un “in-carico” politico come un servizio al bene comune, ogni eletto è, in certo modo, «sotto», e non sopra i suoi concittadini, perché è “caricato” del dovere di servirli. Così ha sempre sentito la migliore etica politica.

Legiferare, fare onestamente le leggi che obbligano tutti, non è mai un semplice atto di forza, neppure della forza del numero, ma deve avvenire secondo le «regole per fare le regole», cioè nel pieno rispetto formale e sostanziale delle regole costituzionali. Il numero non muta le regole, se non secondo le regole stesse.

Il consenso popolare, oltre che libero da forzature, deve essere anche «consenso informato», cioè fornito di conoscenze per valutare qualità e scopi dei candidati a governare e l’azione dei governanti. Occorre anche che il libero dibattito pubblico protegga il popolo dal fascino che un uomo ricco e fortunato può suscitare sugli animi più deboli, o resi tali da influenze condizionanti sull’immaginazione pubblica. È questo precisamente il caso della fortuna politica di Berlusconi in Italia, fabbricata prima con la bassezza diseducativa e la depressione morale delle televisioni commerciali, e poi mietuta col consenso politico relativo.

Il linguaggio e le arti della pubblicità commerciale – che è stata bene definita «il fascismo del nostro tempo» – trasferite nella politica, distruggono la libertà civica, perché, per loro natura e finalità, intendono aggirare la soglia critica delle persone e indurre a comportamenti realmente imposti, e non decisi liberamente. Se questa è disonestà nel commercio, in politica è delitto. Tutto il contrario di un “popolo della libertà”!

Poiché la ricchezza, con la sua potenza sugli altri, è soltanto un potere di fatto, e non un potere legale, deve essere soggetta, con particolare sorveglianza e oculatezza, alle regole di giustizia. Il ricco deve essere più, e non meno dei comuni cittadini, sorvegliato e controllato sulla legalità dei suoi atti. Se, nella gestione dei suoi beni, un ricco avesse commesso scorrettezze o reati, dovrebbe essere punito semmai più prontamente e severamente, e non meno dei comuni cittadini, nel caso che al potere della ricchezza abbia cumulato un potere politico. Questo è, evidentemente, il caso di Berlusconi, che invece ha approfittato del potere politico per sottrarsi al controllo della giustizia. Egli ha sempre accusato preventivamente i giudici, tutti i giudici che hanno avuto in mano cause sue, per delegittimarne in anticipo il giudizio, o impedirne l’esercizio. Chi agisce così corrompe alla radice lo spirito pubblico, si fa corruttore del popolo sovrano, mina la legalità e la convivenza pacifica, semina servilismo, odio e violenza. Ciò crea nell’uomo della strada ragionevole – se ancora è libero di ragionare – ogni sospetto sulla cattiva coscienza di chi si sottrae in questo modo al giudizio, e suscita nei meno onesti la voglia di imitare l’astuzia e la frode dell’uomo forte, oppure di reagire per vie di fatto, invece che con le regole della politica democratica.

Proprio in antitesi al potere della ricchezza, comunque raccolta, la prima parte dell’art. 1 definisce l’Italia una «repubblica democratica, fondata sul lavoro». Fondata, cioè, sul contributo di ognuno al bene comune. Chi ha più beni non ha più diritti, e semmai ha più doveri. Chi ha beni insufficienti, che limitano di fatto la sua libertà ed eguaglianza con gli altri cittadini, e impediscono il pieno sviluppo della sua persona e la sua partecipazione effettiva alla vita del Paese, ha uno speciale diritto – che il ricco non ha – a che la Repubblica operi con la politica a rimuovere quegli ostacoli (così dispone il grande art. 3, la “super-norma” della nostra esemplare Costituzione).

L’azione politica, nella Repubblica democratica, ha il compito di realizzare l’uguale dignità e libertà di tutti, nella giustizia sociale, e assolutamente non ha da sancire la disuguaglianza di fortuna.

Il comportamento politico di Berlusconi, fino alle vicende di questi giorni, lo lascia per ora formalmente inamovibile, ma lo priva ulteriormente di rispettabilità politica, in quanto eversore morale dell’etica necessaria nella “polis” umana e civile.

Enrico Peyretti

Umberto Dei: non corre, va lontano

Recensione di Luciano LORINI

da Ruotalibera (Anno XXV Num. 5 – 113 – Settembre/Ottobre 2009)

Nel romanzo di Michele Marziani “Umberto Dei – Biografia non autorizzata di una bicicletta” la premiata fabbrica di biciclette del titolo, già simbolo di un’epoca e pezzo importante della storia industriale di un’Italia produttiva che forse non è più, assurge a pretesto per raccontare, al di là del marchio e del nome, l’origine di un mito e il concetto stesso di una rivoluzione.


“Umberto Dei – Biografia non autorizzata di una bicicletta” – La copertina

E’ davvero molto facile entrare in sintonia con Arnaldo Scura, soggetto narrante del romanzo. Mezza età, una professione da agente finanziario forse un po’ stretta per delle idee troppo liberali, passione innata, quasi dovuta per obblighi di terra e di famiglia, per le due ruote. Milanese atipico per il fatto stesso di andare in bici, un mattino, all’improvviso, rimane “folgorato” lungo il Naviglio della Martesana. Sentendo di dover dare una svolta decisiva alla sua vita, si licenzia dal suo prestigioso impiego e si radica in una nuova esistenza, scoprendo la sua vera vocazione di meccanico e restauratore di biciclette. “Chiunque può fare il mio mestiere – sentenzia – il problema è trovarne il tempo. Per questo io esisto”. Verissimo. E così nella bottega/officina sul Naviglio (“una bottega di frontiera, un po’ una boutique, un po’ la mutua della bicicletta…”) si incrociano storie, amori, ricordi, popoli e filosofie. L’intera umanità attraversa per campioni significativi questo microcosmo di ingranaggi, grasso e sudore. Vite diverse, distanti, accomunate solo dal mezzo ciclabile. Per passione o per forza (in riferimento a quelli per cui “anche il biglietto del metrò è troppo caro”) tutti passano di qua, prima o poi. E lui, con umiltà schiva ce li descrive, ce ne racconta l’anima. Tipizzando, ma allo stesso tempo rifuggendo da facili generalizzazioni. E’ una bella persona, Arnaldo, sebbene incupito dalla vita e dal dolore. Capace di grandi slanci, come quando accoglie alle sue dipendenze il giovane Nas, esule afgano e studente al Politecnico, e impara col tempo ad amarlo come un figlio. Sarà proprio questo amore che lo porterà lontano, in un viaggio alla scoperta delle sue radici, in un cammino alla ricerca della serenità perduta.

Sembra quasi di stare fuori dal tempo, in una dimensione sospesa, e invece siamo proprio a Milano, nel nostro secolo, nella frenesia dei ritmi che purtroppo ben conosciamo. Bastano poche frasi qua e là a ricordarcelo… ma la vita al numero cinque di via Tofane sembra non accorgersene, comunque legata a schemi altri, più distesi. Procedendo nella lettura, si avverte crescente il desiderio di ricercare il piacere di questo invidiabile “andamento” anche nella nostra vita, si sente l’impulso a credere che sia, oltre che auspicabile, possibile.

Il romanzo, ricco di spunti anche divertenti, di citazioni e gustose disquisizioni “tecniche”, è pure condito da un certo grado di suspence. In alcuni punti forse perde un po’ di tensione, ma è una manchevolezza che non si avverte, tanto si è affascinati dalla narrazione sempre scorrevole, fresca, sottile e ironica, dove pensieri e dialoghi si alternano in un tessuto ininterrotto originale, piacevole, avvincente.


La sella Brooks e la borsa attrezzi della Umberto Dei

Davvero una lettura appagante, un libro consigliato, non solo agli AdB più convinti, ma a tutti gli amanti della buona scrittura.

Aggiungere vita ai giorni

Non so quanti di voi lettori siano iscritti al Sindacato e se sì, a quale sigla.

Non mi interessa, non è importante per me saperlo, anche se ritengo importantissimo, oggi più che mai, il farne parte. Questo pomeriggio ho ricevuto dalla Segreteria Provinciale della FISAC-CGIL (la federazione di categoria di bancari e assicurativi) il documento che riporto qui sotto. Mi ha quasi commosso per la forza e il coraggio che esprime in questi momenti di difficoltà. E mi rende orgoglioso della mia iscrizione alla CGIL, fiero di far parte di un Sindacato che esprime con tanta chiarezza i valori in cui credo.

Questo documento, del quale vi invito alla lettura, merita di essere salvato, pubblicato, diffuso.

Bravi gli stesori della nota, che approvo e condivido in pieno.
Pace e buona vita.

In un periodo difficile come questo

Strano l’anno 2009. E’ l’anno della crisi, dello scoppio della tristemente nota bolla economica, della perdita di tanti posti di lavoro, dell’arricchimento dei pochi soliti noti e dell’impoverimento dei molti soliti noti.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che i diritti non venissero brutalmente calpestati e che la solidarietà non venisse relegata solo alle belle parole o al giorno di Natale.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che le aziende che hanno alle loro dipendenze lavoratori e lavoratrici non licenzino qualcuno solo perché “costa troppo” o perché ha alzato la testa di fronte ai soliti ricatti.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che una lavoratrice incinta non venga obbligata con subdole minacce a scrivere la lettera di dimissioni; chi ha il coraggio, nonostante il futuro sia tutto meno che certo, di mettere al mondo un figlio o una figlia deve essere rispettata e portata ad esempio nei confronti di chi non ha più sogni o speranze e non perseguitata.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che il detto “ divide et impera” non facesse costantemente parte delle nostre giornate.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che i lavoratori e le lavoratrici fossero compatti, uniti nella difesa dei propri e degli altrui diritti. I diritti, oltre che i doveri, sono parte integrante della nostra vita e se non aiutiamo anche gli altri affinché i loro diritti vengano rispettati, non stiamo facendo nulla neppure per noi stessi. Non dovremmo mai dimenticare che gli altri alla fine non sono che i nostri figli, i nostri amici, i nostri parenti o semplicemente i nostri conoscenti e che i loro diritti sono anche i nostri.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che il rispetto – nel senso più ampio del termine – nei confronti delle persone venga prima sia degli interessi privati che di quelli di mercato.

Invece, in un periodo difficile come questo, l’unica cosa che conta è il dio denaro che va costantemente a braccetto con il vecchio detto “mors tua vita mea”.

Per uscire a piccoli passi da questo periodo buio, dobbiamo riprendere in mano la nostra vita in tutti i suoi aspetti, partendo da quello lavorativo e dai diritti ad esso collegati, fino ad arrivare ai rapporti interpersonali.

Aiutate voi stessi e gli altri a fare in modo che i datori di lavoro si comportino in modo corretto e rispettoso degli accordi sottoscritti e delle leggi vigenti.

Aiutate voi stessi e gli altri a fare in modo che i familiari stessi si rispettino, sempre e comunque.

Aiutate voi stessi e gli altri a denunciare le cose che non vanno, dai diritti, negati con tanta facilità, alla violenza che mai dovrebbe entrare nella vita delle persone. La violenza, tanto subdola quanto devastante. La violenza non solo fisica ma anche morale e psicologica. Avviene in tutti i luoghi che frequentiamo normalmente, partendo da quello di lavoro per arrivare alla famiglia ( indubbiamente la violenza più odiosa fra tutte).

Ma, vi chiederete, cosa possiamo fare?

Certe volte è sufficiente non voltarsi dall’altra parte, non far finta di non vedere o di non sentire. Non è più il momento di pensare “a me non può succedere “.

Se vedete che sul lavoro i diritti vengono negati, calpestati, derisi convincete chi ha subito un torto a rivolgersi a chi può dar loro una mano. La Fisac, e la Cgil tutta, con le varie categorie e i servizi Inca, Caaf e tutela legale, sono a disposizione di ognuno di voi anche solo per una consulenza.

I diritti che abbiamo non ci sono stati regalati.

I diritti che abbiamo sono merito delle lotte, anche molto dure, e dei sacrifici che tante persone hanno sostenuto per migliorare il presente e il futuro di tutti.

Non solo in un periodo difficile come questo, ma sempre, è meglio aggiungere vita ai giorni che non giorni alla vita.

Elisabetta Garilli – Ma che Musica, Maestra!

Intervista raccolta da Luciano LORINI
da VERONAtime (Anno 5 Num. 45 – Maggio/Giugno 2009)


Elisabetta Garilli

L’esperienza didattica evidenzia l’importanza che la Musica riveste nella formazione umana. Un linguaggio potente, capace di integrare diversità, di promuovere autostima, di creare senso di appartenenza e orientare a progetti di vita. Da dieci anni i bambini veronesi che frequentano le primarie ricevono questo dono speciale, grandissimo e importante attraverso il progetto “Disegnare Musica”.

Ideatrice e cuore pulsante di questo progetto è Elisabetta Garilli. Parlando con lei traspare evidente un grande amore per il suo lavoro. Ciò che ha realizzato in questi anni ha un che di meraviglioso e sublime. C’è di che inorgoglirsi. Eppure il suo parlare è dolce e permeato da una grande umiltà. I suoi occhi vivaci si illuminano quando il pensiero va ai suoi bambini. Non si può fare a meno di pensare che la sua presenza e il suo operato siano una grande fortuna per i nostri piccoli e per il futuro delle giovani generazioni.

– 10 anni di “Disegnare Musica”, l’avresti immaginato? Come hai cominciato?

Non avrei mai pensato. Ho iniziato lavorando con bambini molto piccoli. Un giorno una mamma mi disse: “dovresti fare questo con i bambini delle elementari”. Fu come una folgorazione. In un solo giorno, di getto, immaginai “Disegnare Musica”: i fondamenti, gli obiettivi, la didattica. Per due anni lavorai da sola, poi cominciarono ad arrivare altre richieste. Da qui iniziò la collaborazione con il Conservatorio, che indisse un bando interno, selezionando nuovi professionisti. Realizzammo un Coordinamento e da lì alle dimensioni attuali. Oggi non sono più io, è tutta questa “famiglia” che si confronta di continuo. C’è dentro un’anima.

– Di cosa si tratta esattamente?

E’ un’immensa progettualità che si propone di colmare l’assenza della Musica come materia di insegnamento nella scuola primaria. Con la presenza di insegnanti diplomati, ci prefiggiamo di trasmettere ai bambini, tutti, senza distinzione, la forza e l’emozione del linguaggio musicale, indispensabile alla crescita e allo sviluppo armonico della persona. L’approccio utilizza percorsi di Musica d’Insieme, Musica e Narrazione, Musica e Intercultura, Musica e Interdisciplinarietà. L’obiettivo non è creare delle classi di musicisti. E’ dare al bambino ciò che secondo noi è un diritto. Penso che chi nella vita è chiamato ad essere musicista lo diventerà, se avrà a fianco a sè delle persone che gli daranno humus per questo. Però qualsiasi bambino che riceve questo dono dall’infanzia, ha già un seme di luce dentro di sè. C’è già un gusto in bocca, non deve andarlo a ricercare, lo ha proprio. Nel momento in cui ha conosciuto quel gusto, non se lo dimentica, gli ritorna. Poi magari potrà dire “non mi interessa più”, però l’ha ricevuto, ha nutrito qualcosa di sè. Io ci credo profondamente.

– Parliamo dei collaboratori. Quanti siete? E’ passione condivisa o sbocco professionale? Come garantisci e controlli la qualità dell’offerta?

Siamo una squadra di 18 collaboratori. Ci anima una passione comune, profonda, perchè in realtà condividiamo veramente una poetica. E’ vero, innegabile dire che lo si fa anche per mangiare: è il nostro lavoro. Però se non c’è un cuore che pulsa, non ce la fai. Noi controlliamo che questo cuore ci sia, è un requisito fondamentale. Abbiamo un Coordinamento settimanale a cui tutti partecipano costantemente. Si parla di didattica, di approcci. Non ci stanchiamo mai di ribadire il rispetto del bambino. E’ fondamentale, e ti evita di prendere strade sbagliate.


Il team di Disegnare Musica

– Raccontaci un po’ di te, delle tue esperienze, della tua formazione…

Sono contaminata da tante cose, mai solo da un’unica direzione. E sono attratta dall’essere umano. Potrei stare ferma ore per la strada a guardare le persone e sentire che sto “suonando”. Io non riesco a separare la musica da quando suono, da quando insegno, da quando osservo. Non ce l’ho mai fatta fin da piccola, non riesco a concepirla come linguaggio separato dall’essere vivente, da ogni cosa che fa. Credo che una delle mie fortune sia stata quella di lavorare con artisti stranieri. Ho avuto dei grandissimi maestri e tante occasioni di ricerca con stili e dimensioni differenti. Ho la fortuna di un bagaglio di esperienze che mi hanno regalato una visione ampia sul mondo e sulla Musica. Non ho una formazione specifica in ambito pedagogico. Sono formata proprio come musicista. La mia ricerca pedagogica è nata nel momento in cui ho cominciato ad insegnare. Culturalmente data dai maestri che ho incontrato, però profondamente avuta dalla pratica. Tutte le domande sono nate quando ho cominciato a fare pratica. E’ una ricerca successiva che per me coincide con l’insegnamento. E se mi fermassi dall’insegnare non saprei più dare.


Elisabetta Garilli

– In occasione del Maggioscuola il Progetto ogni anno presenta alla città qualcosa di nuovo. Cosa avete in programma?

Quest’anno ci sono due percorsi differenti: “Viaggio nella notte blu” di Bimba Landmann (che sarà presente allo spettacolo, il 13 e il 14 maggio alle 14.00) rappresenta un momento molto intimo. Il capovolgimento del luogo comune del lupo cattivo, che fa della notte il luogo della fantasia. “La formica e l’uovo”, invece (15 maggio alle 14.00 e alle 15.45), è una forza che si esprime attraverso l’inimmaginabile. Cerchiamo di far capire come un libro fondamentalmente non si smetta mai di vederlo. E di sentirlo, perchè un libro può essere ascoltato anche attraverso i suoni. Non solo il suono della parola, ma anche dell’immagine.


Classi di bambini al Maggioscuola con Disegnare Musica

– C’è interesse al di fuori di Verona per l’iniziativa e per la sua struttura didattica? Un orientamento un po’ più in alto, magari a livello ministeriale? Un lavoro fruibile come progetto pilota per un qualcosa di più grande, che possa cambiare gli orientamenti musicali per tutti i bambini delle primarie?

Al di fuori di Verona Disegnare Musica è conosciuto. E pure interessa. In provincia è già stato richiesto. Il problema è con quali forze esportarlo. Si potrebbe trasmettere come modello applicabile. Con risorse che però bisogna andare a creare. E questo richiede uno spazio/tempo per il quale in questo momento mancano davvero le energie. Per organizzarsi, creare nuove persone che abbiano coscienza, in sintonia costruttiva. Con il Conservatorio stiamo tentando di progettare e strutturare questo modello. C’è pure un riconoscimento del lavoro che stiamo svolgendo. L’anno scorso siamo stati a Roma a presentare Disegnare Musica alla commissione per le buone pratiche musicali presieduta dall’ On. Berlinguer, dietro segnalazione della Regione Veneto come uno dei migliori progetti di Didattica musicale. I riconoscimenti li abbiamo avuti e c’è sensibilità nei nostri confronti. Speriamo.

– Oggi sono in molti a riconoscere al Progetto un indiscusso valore formativo, un’indispensabile pagina nella crescita di ogni bambino. In altri paesi d’Europa questo valore non è assolutamente in discussione. Da noi, invece, nonostante la premessa, si fatica sempre a trovare i fondi necessari per continuare e ogni anno la vita stessa del Progetto è rimessa in discussione. La tua idea a riguardo?

E’ difficile. Siamo costantemente sospesi ad un filo. Anche se crediamo profondamente in questa sensibilità che si è aperta. Siamo sostenuti dalla Fondazione Cariverona, dall’Accademia Filarmonica, dal Comune (Assessorato all’Istruzione), dai genitori, dalla Regione. Sentiamo che c’è una netta approvazione e condivisione. Perciò siamo sospesi, è vero, ma proiettando una forte speranza, sempre. Anche se poi questo vuol dire arrivare a settembre/ottobre senza sapere del futuro. E magari nel frattempo rinunciare a qualsiasi lavoro arrivi, in nome di questa fede. Ma tant’è; noi ci crediamo davvero.

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“Chi è”

Diplomata in pianoforte al conservatorio di Genova e in possesso della Maturità Artistica, studia pianoforte jazz con Giorgio Gaslini, voce e tecniche di improvvisazione strumentale e vocale con Bob Stoloff e Anna Bakja con cui ha collaborato nella ricerca sul suono vocale e sulla biorisonanza, ha suonato con jazzisti internazionali quali M. Waldron, R. Sellani, A. Zambrini, L. Agudo, F. D’Auria, ha collaborato quale insegnante agli Stages Internazionali di Spazio Musica, è stata ammessa al Programma per Artisti Professionisti a Roma da D. De Fazio. Da oltre dieci anni dedica la propria ricerca alla valorizzazione del ruolo della musica nei processi di apprendimento. È ideatrice e coordinatrice, quale esperta di didattica musicale applicativa, del Progetto Disegnare Musica, è autrice di racconti e musiche per bambini, di colonne sonore per cortometraggi e di spettacoli didattici realizzati all’interno di rassegne quali Maggioscuola e Mondadori Junior Festival. Tiene corsi di formazione e seminari sulle tematiche dell’apprendimento ritmico-corporeo, tattile-uditivo e del paesaggio sonoro. E’ docente nella scuola internazione di danzaterapia Si.Danza e affianca Pio Campo nei progetti internazionali di ricerca e formazione che indagano i linguaggi averbali.

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Let’s go

Gran Guardia (Maggioscuola) – 13 e 14 maggio alle 14.00 – “Viaggio nella notte blu”
Gran Guardia (Maggioscuola) – 15 maggio alle 14.00 e alle 15.45 – “La formica e l’uovo”

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Infos

www.disegnaremusica.it
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Il prezzo della divisione [elezioni]

di Concita De Gregorio (direttrice de “l’Unità”)
da l’Unità (08 giugno 2009 – Editoriale “Filo rosso”)

L’Europa vira a destra e non vota. Mai un’affluenza alle urne così bassa. In Italia meglio che altrove, tuttavia: sei su dieci. Poco più della metà degli italiani. E gli altri, l’altra metà? Basta, hanno esaurito il credito. Disamorati, disillusi, esausti. Stanchi di parole. Impoveriti e ingannati dall’illusione piccola così di poter vivere chiudendo le porte di casa, di guardare dentro e non più fuori, di pensare a campare e vadano tutti in malora tanto per mecosa cambia. La democrazia è un lusso, questo ci dice per prima cosa il voto di ieri. È un bene prezioso che prospera dove non mancano pane, lavoro, sicurezza, casa. In assenza dei beni essenziali, in presenza di rabbia diffusa e di colossale stanchezza la democrazia diventa bene superfluo. Che se ne occupino gli altri, quelli che hanno tempo da perdere quegli stolti che ci credono ancora. Ecco il pericolo vero. Impoverire un paese, poi ingannarlo, poi piegarlo, poi ipnotizzarlo infine zittirlo fino a che non tace da solo. Fa silenzio, la metà del paese. È la prima sconfitta della politica.

La seconda lezione viene dall’altra metà, quelli che hanno votato. La cautela dei dati provvisori impone prudenza ma è chiaro che crescono nei due schieramenti i partiti della «rabbia sociale»: il localismo xenofobo della Lega e il richiamo alla giustizia e alla legalità dell’Italia dei Valori. Due forme molto distinte e distanti di appello alle viscere dell’elettorato, agli umori facili da sollecitare e difficili, poi, da governare nella politica costretta alle alleanze. Demagogia, populismo dirà qualcuno. Nel rispetto di chi si riconosce nelle posizioni di Bossi e nella comunanza di valori con chi ha votato Di Pietro – moltissimi elettori di sinistra delusi dal resto dei partiti – si deve però osservare come il consenso raccolto dalle due ali «radicali» degli schieramenti sia un consenso di reazione e per così dire prepolitico, o meglio post-politico. Vedremo i flussi, ma è sensato pensare che molti degli elettori della Lega vengano dai delusi da Berlusconi e dagli orfani di Fini, sparito dalle schede, oltreché da una classe media e operaia spaventata dal fluttuare evanescente di quella che al Nord fu la sinistra. Gli elettori di Di Pietro sono certo antiberlusconiani in fuga dal compromesso, opposizione drastica non rappresentata dalla sinistra della moderazione e non sempre, comunque, opposizione di sinistra in origine. La crescita di Lega e Idv parlano di un disagio nuovo in quel che resta del vecchio elettorato: un difetto di rappresentanza nelle case d’origine. La sinistra a sinistra del Pd paga il prezzo delle divisioni, un costo salatissimo e si spera ultimo pegno alla logica dei distinguo tra chi sia più puro. Divisi si perde.

Infine, le considerazioni principali:Berlusconi e Fini ballano molto al di sotto del 40 sperato, forse sotto il 35, una sconfitta vistosa. Il Pd di Franceschini regge sopra il 26, assai più di quel che i profeti di sventura, dentro e fuori dal partito, si auguravano per calcoli meschini. È una bella speranza di crescita per un neonato dato per spacciato. Il cammino ora riparte da qui: verso quelli che se ne sono andati. Il Centro viaggia da solo. Quel che bisogna ritrovare a sinistra è l’unità. Poi ci sono i quattro su dieci che non hanno votato. La partita della democrazia si gioca a casa loro.

La trappola di nome economia


di Roberto Mancini
da altreconomia (Num. 99 – Novembre 2008 – Rubrica “Idee eretiche”)

La trappola di nome economia. Questa oggi è la tortura per la vita delle persone, dei popoli, della natura. La più grande causa di infelicità. Più è virtuale, futile, distruttiva e più decide del destino di tutti con forza apparentemente inesorabile.
Che poi presto si rivela apertamente, come oggi, la forza tragica del vortice in un naufragio.

Non è che sia un male l’economia in sé. Anzi, essa dovrebbe essere l’arte della cura per le basi materiali della convivenza. Il vanto di questa economia di servizio sarebbe quello di riuscire a non escludere, a non precarizzare, a non affamare nessuno. Il punto è che l’economia capitalista costruita nei secoli più recenti dall’Occidente come sovracultura globale è un’economia completamente e intrinsecamente perversa. Il suo dinamismo storico si sintetizza nella riduzione della società a economia e dell’economia a capitalismo distruttivo. L’indole necrofila di questo sistema si coglie inoppugnabilmente già dall’enorme contraddizione per cui l’economia attuale potrebbe eliminare la fame e invece la produce. È un delirio che viene dall’antica abitudine a organizzare la vita secondo la logica del dominio. Max Horkheimer e Theodor Adorno, ricostruendo il percorso storico-concettuale di tale abitudine collettiva, scrivono: “Il dominio sopravvive come fine a se stesso in forma di potere economico” (Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, p. 110). Perché il dominio radicale, il dominio puro, assume nella società proprio la forma dell’economia?
Di tutte le sfere di esperienza dell’essere umano, l’economia è quella che riguarda la sopravvivenza. Ma la sopravvivenza fine a se stessa è tutt’altro che naturale. Quando viene posta come scopo unico dell’esistenza, si deforma la condizione umana. La vita, nell’anelito che la fa respirare -cioè la vita umana ma anche la vita della natura- non cerca solo la sopravvivenza, tende a una condizione nuova, liberata dal male e dalla morte. Ridurre ogni cosa a economia significa fabbricare un sistema in cui la sopravvivenza bruta si sostituisce alla vita e, ancor più, a ogni possibilità di vita vera e di felicità condivisa. Se siamo un tessuto di esseri unici, tutti legati tra loro e tendenti a una liberazione integrale, ridurre la condizione dei viventi alla trappola dell’economia capitalista significa isolare ogni filo del tessuto. E costringerlo a fare qualsiasi cosa per continuare a sussistere in questo stato contronatura e disumano.
La sopravvivenza diventa lo sforzo di vivere al di sopra degli altri, senza e contro di loro. Una sopravvivenza selettiva, incompatibile con la convivenza.
Perché non ci ribelliamo a questo tremendo sortilegio di carta? Capire le cause di questa specie di epocale sindrome di Stoccolma è essenziale per uscire dalla trappola. Elenco brevemente le sette cause che ritengo più importanti:

  1. l’angoscia diffusa che fa guardare alla vita solo come a un tentativo di sopravvivere per il tempo più lungo possibile;
  2. l’illusione che si possa vivere per se stessi e separati dagli altri, indifferenti alla loro sorte;
  3. l’attrazione esercitata dai vantaggi materiali che questa economia assicura a pochi e promette a tutti;
  4. la giustificazione ideologica universale, che presenta questo sistema come “non ideologico”, ma naturale, razionale, vantaggioso e necessario, al punto che le stesse religioni non riescono a vedere che il capitalismo è ateismo puro;
  5. il sentimento collettivo di impotenza a cambiare per trovare un’altra forma di economia, nell’errata concezione per cui l’unica alternativa possibile al capitalismo, già da tempo sconfitta, sia stata il socialismo statalista;
  6. il permanente ricatto che grava su chiunque, per cui si crede che chi disobbedisce agli imperativi dell’economia globalizzata finisce in rovina;
  7. la messa fuori gioco della politica come strumento democratico per cambiare le cose e regolare il corso dell’economia, organizzando con giustizia la convivenza di tutti.

Trovare la via per uscire dalla trappola esige la comprensione di queste cause e l’individuazione operativa di risposte che le superino. E richiede la percezione del senso della vita personale e collettiva, la passione e il coraggio di cambiare, la fiducia in un futuro diverso, la memoria del perché, anzi del per chi vale la pena di agire altrimenti. L’altra economia è un sogno a occhi aperti, ma è anche un dovere.
Roberto Mancini insegna Filosofia teoretica all’Università di Macerata. Dirige la collana “Orizzonte filosofico” della Cittadella editrice di Assisi. E’ membro del Comitato scientifico delle Scuole di Pace de3lla Provincia di Lucca e del Comune di Senigallia (AN). Il suo ultimo libro è “La buona reciprocità. Famiglia, scuola, educazione” (Cittadella editrice, 2008).

Treni d’oggi e vecchie ferrovie


Tratte abbandonate, tariffe impazzite, viaggi disagiati,
utenti trascurati. E i ciclisti?… dimenticàti!

di Luciano LORINI
da Ruotalibera (Num. 111 – Marzo/Aprile 2009 – Rubrica “Treno e bici”)

Il momento di difficoltà che stanno attraversando attualmente le nostre Ferrovie è sotto gli occhi di tutti, basta aprire un giornale per rendersene conto. In occasione della pubblicazione dell’ultimo orario ufficiale numerose sono state le voci di preoccupazione che hanno segnalato all’opinione pubblica cali di servizio e aumento dei disagi (e dei costi) per molte categorie di utenti, pendolari in testa.

Che cosa sta succedendo? Sembra quasi che la mission aziendale del Gruppo Ferrovie dello Stato (lo slogan recita “Quando il trasporto si fa impresa al servizio del Paese” – forse manca il punto interrogativo) non sia più quella di fornire tale servizio al viaggiatore in generale, bensì di focalizzarlo ad un certo segmento in particolare, in grado di ripagarsi completamente, quello business. Per privilegiare il quale si aumentano le corse redditizie a scapito di quelle meno remunerative (che però trasportano la maggior parte dei passeggeri: 88 su 100 infatti viaggiano su treni locali). Un biglietto ES di prima classe Milano-Roma, per esempio, costa 81 euro sola andata (93 la nuova Freccia Rossa) mentre un mese di abbonamento regionale entro i 150 Km solo pochi euro in meno…

Sensibili sul tema (non dimentichiamo che non è consentito il trasporto delle biciclette sui treni Eurostar) non possiamo non considerare le potenzialità che il trasporto ferroviario locale rappresenta per gli spostamenti quotidiani di un vastissimo bacino di utenti, pendolari (in aumento) ma non solo. Potenzialità di fatto sprecate, spesso nemmeno considerate da Trenitalia. Non è dato conoscere quale sia il disegno finale, il piano di sviluppo ferroviario che certo management ha in mente. Ma fatte certe considerazioni, la percezione non è certo ottimistica.

Mancano investimenti. Nel dettaglio si osservano: “dimenticanza” di partite nel bilancio dello Stato e miseri contributi dalle Regioni (molto più bassi del virtuoso 1% cui tendono molti paesi europei) che di fatto ingessano il sistema dei trasporti ferroviari (fonte: Legambiente – Rapporto “Pendolaria”). Ma soprattutto mancano sensibilità e lungimiranza per rendere il trasporto su rotaia più integrato e moderno. I punti di attenzione in agenda riguardano: puntualità, frequenza, comodità e pulizia dei treni, organizzazione dell’intermodalità e accessibilità delle stazioni. Gli ultimi due vedono impegnata la FIAB, sia a livello nazionale sia in ambito locale, con numerose attività e manifestazioni dedicate a sensibilizzare l’opinione pubblica e mantenere un adeguato livello di attenzione alle esigenze degli utenti ciclisti. Ne parliamo brevemente.

Il viaggiatore ciclista, sia esso turista o pendolare, necessita ovviamente di poter trasportare la bicicletta sui convogli. Allo scopo non basta una dichiarazione sull’orario o un adesivo sulla fiancata del vagone; occorrono tutta una serie di provvedimenti volti a concretizzare questa possibilità. I convogli abilitati dovrebbero aumentare, senza limitazioni di tratte ed orari. Le stazioni dovrebbero consentire un accesso agevole e ben segnalato ai binari. Anche le strutture accessorie (i parcheggi) dovrebbero tener conto delle esigenze di chi magari non si porta diertro il mezzo, ma ugualmente raggiunge la stazione pedalando (ricordate l’annosa questione sul progetto di rinnovamento del piazzale antistante la Stazione di Porta Nuova e relativo parcheggio biciclette – coperto? custodito?). Ovvero: la bicicletta dovrebbe essere benvenuta, sempre. Purtroppo capita spesso che non lo sia ed ecco allora che noi AdB di Verona, duri e irriducibili, per saggiare di continuo lo stato di salute del progetto intermodalità di Trenitalia, organizziamo numerose gite Treno+bici, il cui nome esprime bene il concetto e anticipa già buona parte dei contenuti. Con i medesimi intenti, a livello nazionale viene proposta, da quasi dieci anni, la giornata Bicintreno a sostegno del trasporto integrato, cui parteciperemo anche noi veronesi (il 13 aprile – v.programma). Il non rassegnarsi ad una situazione che di fatto è sconsolante vuole proprio essere stimolo a non trascurare queste istanze. La posta in gioco è altissima: il cammino di progresso civile e la credibilità del nostro Paese in ambito internazionale. Oltre a un non trascurabile effetto economico dovuto alla crescita dimostrata del cicloturismo in questi ultimi anni. Alcuni segnali preoccupanti stanno purtroppo già arrivando: sono le lettere di protesta che i cicloturisti stranieri inviano alle nostre sedi, dopo aver avuto notizia dell’impossibilità di entrare ciclomuniti in Italia dalla Svizzera, a bordo dei treni Cisalpino (e altri gestori si son già ritirati a causa dell’aumento delle tariffe di transito richieste da RFI).

Un altro argomento attinente riguarda le Ferrovie dismesse, ovvero quell’immenso patrimonio abbandonato (oltre 5.000 Km) che sarebbe facile, economico, opportuno riconvertire per la creazione di una rete di mobilità dolce, aperta a pedoni, ciclisti, cavalieri, utenti a mobilità ridotta. Un progetto di legge per il riuso di questo patrimonio è stato presentato in Parlamento nel febbraio 2007, assieme ad una petizione popolare con oltre 6.000 firme. A supporto di questa iniziativa, la FIAB (aderente alla Confederazione per la Mobilità Dolce – Co.Mo.Do.) partecipa alla Giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate, giunta quest’anno alla seconda edizione. Ricordando a riguardo l’impegno ormai pluriennale sul fronte della Treviso-Ostiglia, gli AdB di Verona hanno pedalato insieme (il 1 marzo) per promuovere la ciclabilità dell’ex ferrovia Dolcè-Volargne e il collegamento ciclabile della Val del Tasso con il nuovo Bicigrill di Affi.

Economia e individualismo


di Roberto Mancini
da altreconomia (Num. 101 – Gennaio 2009 – Rubrica “Idee eretiche”)

Economia e individualismo. Le due cose sembrano tutt’uno. Il dogma vuole che, soprattutto nella sfera economica, ciascuno veda e curi solo il proprio interesse, senza considerazione per quello degli altri, anzi senza considerazione degli altri come tali. L’illusione che si possa fare di se stessi il senso di tutto, mantenendosi indifferenti e separati dagli altri, è una delle barriere psicologiche e culturali da superare per costruire un’altra economia. L’individualismo è l’egoismo divenuto cultura, visione del mondo, criterio di ogni razionalità. Veicolata dalla paura di restare indietro rispetto agli altri, che poi diviene l’avidità di affermarsi senza di fatto essere mai se stessi, la mentalità individualista si insinua sin dall’infanzia, per esempio fin dalla nascita di un fratello o di una sorella. L’egoismo è una patologia, è anzitutto il fallimento nel cammino di scoperta di sè, del proprio valore, della propria dignità.

La natura illusoria della mentalità individualista è evidente. Intanto perchè basta uno sguardo attento alla srtoffa della società per cogliere che l’individualismo è solo il suo disegno superficiale, ma la trama essenziale è la massificazione. L’individuo è una formica del grande formicaio: più si adatta a testa bassa, diventa flessibile e compete, e più perde il senso della relazione. E’ soprattutto sul piano antropologico che l’individualismo è illusorio. La persona umana nasce dalla relazione tra una donna e un uomo, cresce e matura le sue facoltà partecipando alle relazioni con gli altri, è in se stessa una vivente relazione di nuclei del proprio essere come il corpo, il cuore, la ragione, la coscienza morale, l’anima come identità profonda e come libertà originale in ciascuno. Una creatura così costituita tende, per sua vocazione, all’armonia in tutte le sue relazioni fondamentali, interiori e interpersonali. Se al contrario essa è indotta a esistere in maniera antitetica alla struttura relazionale del proprio essere, si adatta a una forma innaturale di vita, falsifica e deforma la sua personalità, si riduce a esistere sempre e solo per sopravvivere, sacrificando il fine autentico dello stare al mondo: diventare felici alimentando la felicità di altri.

Tuttavia, il fatto che si tratti di una logica innaturale e illusoria, non significa che essa non sia potente e capace di avvolgere, come una fitta nebbia, non solo i singoli, ma anche i gruppi, soggetti collettivi e, quasi interamente la stessa società. Sono davanti agli occhi di tutti i disastri causati dalla logica identitaria di gruppi religiosi, etnici, ideologici, politici che vogliono affermarsi attraverso il conflitto contro tutti coloro che rappresentano “gli altri”. Il primato del “noi” piuttosto che quello dell’ “io” non migliora affatto le cose, ne moltiplica gli effetti negativi. Neppure la pratica del cosiddetto “volontariato”, termine che sempre più fa acqua per la sua indifferenziazione e ambiguità, sa efficacemente aprire lo spazio di una socialità realmente guarita dall’individualismo. Si può fare volontariato e rimanere individualisti nella mentalità e nello stile di vita.

Quale antidoto trovare a questa epidemia dell’io o del noi autoreferenziali?
Le radici dell’individualismo sono antiche e rafforzate di continuo. Quindi altrettanto precoce e costante deve essere la cura per la cultura della condivisione. Famiglia, scuola, associazioni educative sono i luoghi di fioritura dell’umanità relazionale di ognuno. Genitori, insegnanti, educatori sono i protagonisti di questa svolta, che è sempre possibile dove le persone crescono in situazioni di dialogica della vita quotidiana. Al centro dei percorsi educativi tipici della cultura della relazione dovranno essere posti l’acquisizione dell’autentico senso di sè, l’apertura al senso del vivere in comunità e, in particolare, la maturazione della capacità di identificazione di se stessi nella condizione dell’altro, anzi dell’ultimo di una situazione data.

La guarigione dall’individualismo infatti non accade solo perchè si scopre il valore degli altri in genere, ma soprattutto quando non si ha paura di guardare e di sentire le cose dal punto di vista di chi viene emarginato, scartato, giudicato. Chi ha nella coscienza una visione nitida e nel cuore un bene sufficiente per sentire la vita insieme all’altro messo più in basso, costui è veramente guarito dall’individualismo e il suo agire porta frutto non solo per il suo prossimo, ma per tutti.

Roberto Mancini insegna Filosofia teoretica all’Università di Macerata. Dirige la collana “Orizzonte filosofico” della Cittadella editrice di Assisi. E’ membro del Comitato scientifico delle Scuole di Pace de3lla Provincia di Lucca e del Comune di Senigallia (AN). Il suo ultimo libro è “La buona reciprocità. Famiglia, scuola, educazione” (Cittadella editrice, 2008).