Pampàm

Pampàm, èto visto la partìa de la Roma? Pampàm, èto visto che schifo, pampàm? El campo, pampàm, el paréa un campo de patate, pampàm…”
Ora, sostituite il pampàm con una bestemmia a vostra scelta, meglio se assonante, e avrete chiaro nelle orecchie il suono (quasi un verso futurista) di una tipica conversazione da bar. Che stavolta, oltre al solito disturbo, mi ha colpito per l’incalzare
quasi compiaciuto dell’interiezione. Un vezzo culturale tipico del popolo veneto, si dice. In fondo, bisogna contestualizzare.
Sono quasi convinto sulla volontà deficiente

Allora, per non cadere nell’inganno, contestualizziamo: non si tratta di un bar malfamato di un quartiere degradato, ma un posto elegante, da pausa pranzo cittadina, con i conversatori elegantemente vestiti, entrambi impegnati nella lettura di un quotidiano (L’Arena e la Gazzetta, vabbé…). Al tavolo vicino, scorro il Filo Rosso di Concita De Gregorio sulla compravendita di parlamentari.

Contesti? Questione di sensibilità? Punti di vista?
Un po’ ci sarebbe da stare preoccupati

Bambini a teatro

Lettera spedita (e non pubblicata) l’11 agosto 2010 al giornale L’Arena di Verona
La ricca proposta dell’Estate Teatrale Veronese nei cortili si sta per esaurire. Come ogni anno, ho cercato di assistere al maggior numero possibile di rappresentazioni e come ogni anno, al momento di tirare le somme, mi fa piacere rilevare l’impegno delle compagnie e la qualità complessiva dell’offerta che mi hanno regalato intrattenimento ed emozioni nelle calde serate estive.Ricordo di essermi appassionato al teatro grazie all’impegno dei miei genitori che, complice l’amicizia con il compianto Franco Amadei (che di molti teatri cittadini era l’anima), a questa arte mi hanno educato conducendomi con loro in innumerevoli occasioni sin dalla più tenera età. E altrettanto cerco di fare io con i miei figli, nella speranza di trasmettere loro la stessa passione, che intanto ritengo una valida e completa opportunità formativa.

bambini_teatro

A questo riguardo mi permetto un appunto: troppo spesso la “politica dei prezzi” nei confronti dei più piccoli non rispetta i bilanci familiari (ci sono per fortuna molte eccezioni virtuose). E nemmeno dimostra l’intelligenza di considerare i bambini un investimento sul futuro del teatro stesso.

Prendiamo ad esempio il dramma: nel caso di copione “a rischio”, mi sono trovato costretto a dover scegliere se investire i “ridotti” 12 euro (per poi vederli sciupati, con i piccoli addormentati per tutto lo spettacolo) o rinunciare alla serata in famiglia e all’opportunità di proporre qualcosa di nuovo e diverso dalla solita commedia leggera. Peccato.

Ancora: in virtù del “posto unico” ho dovuto pagare intero (mi pare non sia stato sempre così) anche per il figlio novenne (salvo mentire -e diseducare- sulla sua età) in un Arsenale stipato da oltre cinquecento spettatori. Credo che una scelta di maggior rispetto per la famiglia (consuetudine, in altri paesi) non avrebbe inciso sui bilanci della Compagnia (se non sbaglio la rassegna nei cortili vede molta parte delle spese coperte dall’Assessorato alla Cultura).

Il teatro va senz’altro sostenuto, ne sono convinto: proprio per questa ragione, infatti, anche quando scrivevo per VERONAtime, rivista cittadina di teatro e spettacoli, quasi mai richiedevo l’ingresso omaggio. Ma in questo caso è un discorso più generale, si tratta di attenzione sociale. Guardando le platee si osservano davvero pochi bambini e magari molti posti vuoti. Lo sforzo sarebbe minimo, ma quanto apprezzabile il risultato, anche proiettandolo nel lungo periodo!