Innocenti evasioni

Verona-IN BLOG 017-0In soli cinque mesi 1,6 miliardi di euro sottratti al Fisco: è la regione record” titolava ieri il Corriere, riferendosi al Veneto. Un bel traguardo, per il nostro popolo, la pole position nella classifica dei furbetti del Fisco, chapeau!

Proprio la scorsa settimana ho vissuto una spiacevolissima esperienza: nell’attesa di un caffé al banco di un bar, in una nota località dei nostri monti, ho dovuto assistere alla penosa scena dei titolari che si accanivano (verbalmente, ma in modo assai aggressivo) su due ispettori dell’Ufficio del Lavoro, che avevano riscontrato gravi “scorrettezze” (è un eufemismo, anche il lavoro nero è una forma di evasione bella e buona, con alcune aggravanti) e stavano redigendo il loro verbale. Le motivazioni addotte erano del tipo «noi stiamo difendendo il nostro lavoro» (plateatico e terrazze straripanti di tavolini, tutti occupati dal mattino a notte fonda – non certo una situazione di difficoltà), oppure «facile parlare quando arriva il 27 e i propri soldi non dipendono dal cliente dietro al banco» (almeno un cliente dietro al banco -il sottoscritto- era fortemente disgustato e di certo non rimetterà mai più piede in quel locale). La cosa più triste, a mio avviso, era la partecipazione degli avventori, schierati apertamente a favore dei baristi, che non si risparmiavano commenti e sostegni in stile “tifo da stadio”. Inutile discutere con certa gente, si rischia il linciaggio. Difatti gli ispettori, impassibili e impermeabili alle ingiurie (immagino sia l’aspetto spiacevole di certa professione), continuavano nel loro encomiabile lavoro.

La perdita di senso collettiva distorce la realtà a tal punto da non permettere più ai soggetti di riconoscere le reali posizioni: chi viola le leggi e chi le fa rispettare. Succedeva un tempo che il bimbo pizzicato con le dita nella marmellata arrossisse di vergogna per il suo gesto e si ritirasse in silenzio a scontare la punizione, percepita come giusta per la consapevolezza di trovarsi in fallo. Col tempo il rossore ha lasciato il posto all’arroganza e la coscienza, dopo lungo allenamento e grazie all’apologia del malaffare promossa da certi nostri politici attraverso media compiacenti, si è corazzata per resistere anche alle più laceranti accuse. Così, anche nel giudizio collettivo (i clienti del bar) il barista è diventato vittima e i pubblici ufficiali carnefici.

E’ su questo terreno che attecchiscono facilmente, con ampio consenso popolare, quei provvedimenti recentemente annunciati nei confronti del pubblico impiego. Palesemente ingiusti e vessatori, essi mirano solamente a soddisfare la sete di rivalsa di un popolo sempre più in bolletta, dirigendola però nel posto sbagliato. I lavoratori pubblici non si aspettino solidarietà alcuna.

Luciano Lorini

(pubblicato il 26.08.2011 su Verona-in blog)

Aggiungere vita ai giorni

Non so quanti di voi lettori siano iscritti al Sindacato e se sì, a quale sigla.

Non mi interessa, non è importante per me saperlo, anche se ritengo importantissimo, oggi più che mai, il farne parte. Questo pomeriggio ho ricevuto dalla Segreteria Provinciale della FISAC-CGIL (la federazione di categoria di bancari e assicurativi) il documento che riporto qui sotto. Mi ha quasi commosso per la forza e il coraggio che esprime in questi momenti di difficoltà. E mi rende orgoglioso della mia iscrizione alla CGIL, fiero di far parte di un Sindacato che esprime con tanta chiarezza i valori in cui credo.

Questo documento, del quale vi invito alla lettura, merita di essere salvato, pubblicato, diffuso.

Bravi gli stesori della nota, che approvo e condivido in pieno.
Pace e buona vita.

In un periodo difficile come questo

Strano l’anno 2009. E’ l’anno della crisi, dello scoppio della tristemente nota bolla economica, della perdita di tanti posti di lavoro, dell’arricchimento dei pochi soliti noti e dell’impoverimento dei molti soliti noti.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che i diritti non venissero brutalmente calpestati e che la solidarietà non venisse relegata solo alle belle parole o al giorno di Natale.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che le aziende che hanno alle loro dipendenze lavoratori e lavoratrici non licenzino qualcuno solo perché “costa troppo” o perché ha alzato la testa di fronte ai soliti ricatti.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che una lavoratrice incinta non venga obbligata con subdole minacce a scrivere la lettera di dimissioni; chi ha il coraggio, nonostante il futuro sia tutto meno che certo, di mettere al mondo un figlio o una figlia deve essere rispettata e portata ad esempio nei confronti di chi non ha più sogni o speranze e non perseguitata.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che il detto “ divide et impera” non facesse costantemente parte delle nostre giornate.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che i lavoratori e le lavoratrici fossero compatti, uniti nella difesa dei propri e degli altrui diritti. I diritti, oltre che i doveri, sono parte integrante della nostra vita e se non aiutiamo anche gli altri affinché i loro diritti vengano rispettati, non stiamo facendo nulla neppure per noi stessi. Non dovremmo mai dimenticare che gli altri alla fine non sono che i nostri figli, i nostri amici, i nostri parenti o semplicemente i nostri conoscenti e che i loro diritti sono anche i nostri.

In un periodo difficile come questo ci si aspetterebbe, quanto meno, che il rispetto – nel senso più ampio del termine – nei confronti delle persone venga prima sia degli interessi privati che di quelli di mercato.

Invece, in un periodo difficile come questo, l’unica cosa che conta è il dio denaro che va costantemente a braccetto con il vecchio detto “mors tua vita mea”.

Per uscire a piccoli passi da questo periodo buio, dobbiamo riprendere in mano la nostra vita in tutti i suoi aspetti, partendo da quello lavorativo e dai diritti ad esso collegati, fino ad arrivare ai rapporti interpersonali.

Aiutate voi stessi e gli altri a fare in modo che i datori di lavoro si comportino in modo corretto e rispettoso degli accordi sottoscritti e delle leggi vigenti.

Aiutate voi stessi e gli altri a fare in modo che i familiari stessi si rispettino, sempre e comunque.

Aiutate voi stessi e gli altri a denunciare le cose che non vanno, dai diritti, negati con tanta facilità, alla violenza che mai dovrebbe entrare nella vita delle persone. La violenza, tanto subdola quanto devastante. La violenza non solo fisica ma anche morale e psicologica. Avviene in tutti i luoghi che frequentiamo normalmente, partendo da quello di lavoro per arrivare alla famiglia ( indubbiamente la violenza più odiosa fra tutte).

Ma, vi chiederete, cosa possiamo fare?

Certe volte è sufficiente non voltarsi dall’altra parte, non far finta di non vedere o di non sentire. Non è più il momento di pensare “a me non può succedere “.

Se vedete che sul lavoro i diritti vengono negati, calpestati, derisi convincete chi ha subito un torto a rivolgersi a chi può dar loro una mano. La Fisac, e la Cgil tutta, con le varie categorie e i servizi Inca, Caaf e tutela legale, sono a disposizione di ognuno di voi anche solo per una consulenza.

I diritti che abbiamo non ci sono stati regalati.

I diritti che abbiamo sono merito delle lotte, anche molto dure, e dei sacrifici che tante persone hanno sostenuto per migliorare il presente e il futuro di tutti.

Non solo in un periodo difficile come questo, ma sempre, è meglio aggiungere vita ai giorni che non giorni alla vita.

60 ore a settimana

Orari di lavoro a 60 ore la settimana: un dovere morale?

da Informazioni FISAC-CGIL (Anno XXI – Ottobre 2008)

Il sabato interamente festivo fu introdotto, primo in Italia, nel 1957 in Olivetti. L’orario scendeva di fatto a 40 ore la settimana a parità di salario: un netto progresso sociale. La lunga marcia per ridurre l’orario di lavoro, iniziata nella seconda metà dell’800, ha trovato, con le 35 ore introdotte in Francia, il punto di arrivo più avanzato. Ora sembra che il nuovo dogma della competizione globale abbia spinto i ministri europei del lavoro ad una netta svolta: è stato raggiunto un accordo che permette ai paesi membri di prolungare l’orario di lavoro a 60 ore la settimana. Naturalmente nessuno parla esplicitamente di obbligare i dipendenti a lavorare sino a 25 ore in più la settimana: l’orario potrà essere incrementato se il lavoratore darà il suo consenso o se il prolungamento verrà previsto da un accordo tra parti sociali o dalla legislazione nazionale.

Nel nostro caso, l’effetto combinato di questa previsione unitamente agli “sconti” del governo italiano per chi fa lo straordinario, può trasformarsi in una forma di ricatto verso coloro che, per diverse ragioni, non possono dire di no, accentuando le disuguaglianze tra chi ha un lavoro stabile, ed è rappresentato dai sindacati, e chi ha un lavoro precario oppure tra chi lavora in grandi aziende e chi invece opera in realtà imprenditoriali di minori dimensioni.

Le conseguenze sui tempi comunitari, sociali e familiari sarebbero pesanti, un completo spaginamento, con una contraddizione evidente: come può l’Europa chiederci contemporaneamente di lavorare di più e di avere più figli? Con ogni probabilità l’incremento delle ore lavorate finirà per svantaggiare ancora una volta le donne, già poco presenti nel nostro mercato del lavoro. Al lavoro subordinato che ha perso, in questi ultimi anni, potere di acquisto e posizioni nella classifica sociale, ora si chiede di accrescere l’orario. Questo fatto sembra confermare la tesi secondo cui maggiore è la disuguaglianza più sono le ore lavorate.

Tra l’altro pare davvero poco intelligente puntare su misure di teorico aumento della produttività in chiave quantitativa anziché introdurre elementi di qualità nel sistema economico. Ancora una volta sembra si tratti di percorrere la strada meno alta della competitività, non comprendendo che questo è un terreno sul quale le imprese e le saocietà europee non avranno mai la possibilità di primeggiare.

L’accordo dei Ministri europei sul prolungamento degli orari del lavoro dovrà essere approvato dal Parlamento di Strasburgo che, in tema di affari sociali, si è in varie occasioni dimostrato più avanzato sia della Commissione europea, sia del COnsiglio dei Ministri del Lavoro. Non è scontato che questo accordo sia approvato, ma possiamo affermare che il netto progresso sociale, inaugurato in Italia da Adriano Olivetti, rischia di fare un altro salto all’indietro, alle condizioni che in Europa esistevano un secolo e mezzo fa, ovvero verso quele che oggi si osservano in India, Cina, Messico…

Oggi cucino io: Progetto in Salsa di Telelavoro


Ingredienti:
– 2 giornate di malessere non debilitante (tipo dissenteria fulminante)
– 1 progetto in scadenza con consegna improcrastinabile
– 1 PC (“IBM compatibile”, of course… no, scherzo, va bene anche un MAC)
– 1 linea ADSL
– 1 software di crittografia per VPN (non dimenticate la chiave)
a piacere (se l’avete in dispensa)
– 1 webcam
– 1 software per gestire l’IP-Phone

Preparazione:
1) Svegliatevi di buon mattino e cominciate la consueta preparazione del vostro ego per la giornata incipiente (che si presenta radiosa). Barba, doccia, vestiti, colazione…
– “Ach… che succede?”
– “Cos’è questo dolorino al basso ventre… sempre più acuto… “
– “NOOOO !!!”

2) Accorgetevi ben presto, dopo aver ascoltato i segnali del vostro corpo, che non c’è scampo: la scorsa settimana è toccato ai vostri figli e oggi si è trasferita e ve la siete cuccata voi: la terribile INFLUENZA INTESTINALE! Quella che non perdona.
Se vi va bene resterete in compagnia delle riviste del bagno per un’intera giornata. Se va male, anche per due (fortuna che è una forma fulminante: tanto velocemente arriva, altrettanto velocemente se ne va!).

3) Rassegnatevi all’idea che un trasferimento dall’altra parte della città è pressochè impossibile, quale che sia il mezzo utilizzato (specie nel vostro caso, voi che avete venduto l’auto in cambio del “più civile abbinamento bicicletta – bus se piove…”). Per rafforzare l’idea pensate all’imbarazzo di un’incontinenza sull’affollatissimo 12.
E avete deciso. Resterete a casa, comodamente a tiro della stanza più utile del vostro appartamento.

4) Concentratevi sulle scuse possibili da fornire per giustificare la vostra assenza. Considerate la vostra delicata posizione di lavoratore “a rischio” per abuso di permessi e aspettative quale aggravante della vostra condizione di malato. Aggiungete lentamente l’analisi delle attività in corso e delle scadenze promesse.

5) Decidete di lavorare da casa. La vostra (vostra, seeee: magari!) azienda è, fortunatamente operante nell’ICT (l’Information & Communication Technology, ndr) e gli strumenti non difettano. La vostra professione (oltrechè passione) è l’informatica e quindi neppure la vostra casa è priva della necessaria tecnologia. I computer si sprecano, la connettività non manca. E dunque:

6) Vi collegate in emulazione all’host remoto, prendete il controllo del PC dell’ufficio (sempre acceso, non si sa mai) in Terminal Server e cominciate a scaricare la posta, inviare messaggi (al capo, innanzitutto, comunicando, dalla mail aziendale, la vostra assenza per malattia), sviluppare software, scivere relazioni, controllare progetti, produrre documentazione, fare qualche telefonata a colleghi e collaboratori…

7) Interrompete frequentemente ma brevemente il lavoro per i necessari pit-stop (siete malati, ricordate?), per reintegrare i liquidi, per cambiare i CD nello stereo (no, questo no, lo so, è tutto sull’hard disk… ;-)), per preparare e consumare il pranzo, per guardare un TG, per prendere una pennichella…

8) Vi scollegate a sera fatta, abbastanza stanchi ma soddisfatti del lavoro svolto, riportando a voi stessi alcune riflessioni e tirando le somme dell’esperienza effettuata:

  • Il telelavoro, quello vero anche ad alto contenuto professionale (tralasciando quindi i “surrogati” o il telependolarismo), è un’esperienza realmente possibile e a portata di mano anche in realtà aziendali fortemente organizzate (per i free-lance, già lo sapevamo…).
  • Richiede ovviamente condizioni tecniche e ambientali favorevoli, ma in presenza di tali requisiti è senza dubbio alcuno un’esperienza piacevole e pure assai produttiva
  • La sua appplicabilità richiede regole precise e un quadro normativo contrattuale ben definito onde evitare abusi e interpretazioni arbitrarie dei corpo diritti/doveri (da ambo le parti)
  • Parimenti è opportuno addestrarsi a mantenere separati gli aspetti personali e professionali per evitare pericolosi sconfinamenti dall’una e dall’altra parte (specie in quelle case dove il PC è acceso giorno e notte…). Lasciarsi prendere la mano dall’entusiasmo, è un attimo (e non è nemmeno giusto)
  • I vantaggi personali sono evidenti e ve li tralascio, come pure ometto quelli aziendali; solo ricordo che non di soli vantaggi materiali si tratta
  • Ovviamente vi sono anche delle salutari ripercussioni positive sulla società e sull’ambiente…

E allora non si capisce come mai questa forma di lavoro in Italia stenti a prendere piede. Come mai nelle aziende, specie quelle moderne e tecnologicamente evolute, non si intraprendano i necessari percorsi virtuosi di sperimentazione delle forme di lavoro alternative per la conversione dei modelli attuali. Come mai il telelavoro sia concepito e ammesso solo come forma di lavoro in emergenza (interventi fuori orario, reperibilità spot in malattia o lungassenza) e mai come prassi quotidiana.

Si consideri infine che in molti casi le aziende transnazionali impiegano buona parte del personale in una delocalizzazione de facto (trasferte nazionali ed estere, riunioni e meeting, conferenze, …) per la più parte del tempo, riducendo in sostanza molti uffici a meri recapiti per la corrispondenza ordinaria.

In tali situazioni (e sono molte) i pochi colleghi e collaboratori rimasti in sede possono solo constatare le vastità degli spazi (vuoti) e tentare un calcolo degli sprechi. Oltre che sperimentare sulla loro pelle l’inutilità dello sforzo per trasferirsi dal domicilio al “luogo di lavoro” (in Italia è particolarmente forte l’identificazione di work e workplace).

Ne riparleremo.