Brasil!

brasil

Questa notte, su RAI RADIO UNO ho ascoltato, per la prima volta, BRASIL, una trasmissione intelligente, ricchissima di cultura e della buona musica brasiliana, che semplicemente adoro. Non ne conoscevo l’esistenza, il che è singolare dal momento che trasmette da circa 16 anni, con qualcosa come 750 puntate registrate… (vabbè, capita di distrarsi, cercherò di recuperare con i podcast…). :)

L’animatore del programma, Max De Tomassi, è un personaggio incredibile e colto, profondo conoscitore dell’argomento e grande affabulatore, capace di intrattenere per ore senza mai stancare (nonostante lo spazio in palinsesto sia collocato il lunedì dalle 0.25 alle 5.00). Di lui (capita spesso per i conduttori di RADIO RAI) mi ha colpito la profonda conoscenza e passione per il Brasile, ovviamente, ma soprattutto la diretta e personalissima esperienza (si percepisce) di molte delle cose che racconta. Al limite dell’incredibile. Nella puntata di stanotte ha fatto cenno ad alcune frequentazioni semplicemente invidiabili (“ero a casa di Chico”, “chiacchieravo con Marisa Monte”…). E infatti l’ho abbastanza invidiato (in senso buono) :).

Non si trattava però di fantasie ad uso radiofonico: pare sia tutto vero, ed è raccontato qui (merita una lettura). Potenza della passione e meraviglia del caso.

Ho proprio fatto una bella scoperta.
Da oggi ho un nuovo impegno settimanale…

Dipingere musica


«In principio era la Natura (con fiori e uccellini). Poi accadde qualcosa… (che prese forma di città) e diventò grande, sempre più grande… All’inizio essi cercarono di coesistere, ma non fu per niente facile…» e la città, le auto, il fumo e gli inquinanti presero il sopravvento.

«Ferma il riscaldamento globale. E goditi la natura!» è l’invito che l’autore ci rivolge. Un suggerimento che penetra dritto nel cuore, aiutato dalla musica, dolcissima (chitarra e fisarmonica in un accostamento pacato e suadente) e dai disegni, delicati ed essenziali (pochi colori per la natura e, in città, per le sole auto). E’ una formula espressiva nuova, un esperimento riuscito, questo brano “Lacrime di Giulietta” che Matteo Negrin, compositore torinese, ha voluto dedicare ai temi ambientali con l’aiuto del pennello di Alice Ninni e delle tecniche di editing di Luca Cattaneo e che dall’inizio dell’anno ha totalizzato oltre 1.700.000 visite su YouTube. Il simbolismo dei tratti è quantomai efficace, comprensibile anche da un bambino. Piacevolissimo poi, per chi conosce la scrittura musicale, seguirne l’andamento in associazione ai disegni, all’evoluzione della storia.

Nel finale, una raccomandazione particolare per noi veronesi: «lascia la tua auto, pianta un albero!»; la Natura si riprende il primato con un volteggio pianistico sugli acuti che accompagna la crescita dell’albero riempendone di foglie i rami in un arpeggio veloce e leggero. Bello.

Luciano Lorini

(pubblicato il 27.08.2011 su Verona-in blog)

Biutiful

Verona-IN BLOG 013-0Se pensate che sia esercizio difficile, se non addirittura impossibile, concentrare una parte significativa dei mali del mondo in un solo film (anche se lungo oltre due ore) allora non avete visto “Biutiful” del regista messicano Alejandro González Iñárritu (“Amores perros” e “21 grammi”). Un condensato sublime di umanità e disperazione, di tragedia e di pietà. Sono presenti tutti i temi delicatissimi della nostra attualità: dall’immigrazione e dallo sfruttamento del lavoro nero alla corruzione, dal dramma familiare al disagio psichico e alla violenza sui minori, per chiudere con la malattia. Terminale, ovviamente.

Il film è ambientato in Spagna, a Barcellona, in un contesto alquanto degradato, dove l’humanitas comunque mai cessa di ordire le sue trame pietose. Il tipico individualismo urbano moderno si innesta in un crogiuolo di razze e appartenenze che alla fine si riscopre, a suo modo, solidale. Dove la forza dell’uomo vince su tutto e, pure nell’oscurità del dramma, riesce a far brillare una piccola luce di speranza. Che guizza a sorpresa, facendo capolino in un’inquadratura, uno sguardo, un sorriso, una battuta.

Se ne esce massacrati, come da un susseguirsi di pugni allo stomaco. Ma non disperati. Biutiful.

Luciano Lorini

(pubblicato il 24.03.2011 su Verona-in blog)

Teodoro Zweifel

DolicocefalaBiondaTeodoro Zweifel era uscito il giorno prima dal carcere, assolto per insufficienza di prove. Godeva di una salute eccellente e possedeva un po’ di denaro. Nel 1920 aveva preso l’abitudine di masticare il chewing-gum abbandonato sui mercati europei dai soldati di ritorno in America: in pochi mesi gli stocks si erano esauriti, la moda era passata, ma l’abitudine gli era rimasta. Nel 1930 aveva contratto quella delle parole incrociate. Le parole incrociate sono il chewing-gum dell’intelligenza. Siccome i nomi Maria, Laura, Dirce, Rosa, Lulù sono troppo mistici, letterari, mitologici, botanici e – come si diceva vent’anni or sono – cocotteschi, chiamava le sue amiche H 26, F 13, nomi che si danno ai sottomarini e alle spie. Da una donna qualunque, scomparsa un bel giorno come scompaiono le donne, aveva avuto un figlio eccezionale, che era stato il suo tormento. Educarlo, che cosa difficile! Diceva: “Di balle non mi sento di raccontargliene, e la verità non ho il coraggio di dirgliela. In questa formula è riassunto, per quei pochissimi che se lo pongono, il problema dell’educazione”. Poi il figlio si era ammalato di meningite. In una di quelle lingue morte che i furbi adoperano per smaltire le fanfaluche ai vivi, si dice che “muor giovine colui che al Cielo è caro”.

Viaggiava con i manubri Sandow per distendere i muscoli, un mazzo di carte per distendere i nervi, un libro di geometria per distendere le idee, una bussola per orientare il letto sul meridiano terrestre con la testa verso il Nord. Avido di silenzio, aveva un amico sordo; a vivere accanto a un sordo, si impara come siano poche le cose che meritano di essere dette.
Frequentava di rado le donne, questi meravigliosi esseri negati al ragionamento, che sfogano la propria collera sulle cose inanimate e sono nell’impossibilità fisica di tacere.
Si sentiva vecchio a quarant’anni. Diceva: “Ma non ti rendi conto di quanto ha vissuto un uomo di quarant’anni? Ha visto formarsi una generazione che gli dà torto su tutti i punti: ha constatato l’inutilità di una guerra che ha messo alle prese durante quattro anni settantaquattro milioni di uomini; ha visto l’infondatezza della chimica scolastica e la debolezza della geometria di Euclide; rammenta i bicicli, lo spleen, i palloni frenati, Pickmann, Ibsen e Lombroso, l’illuminazione a petrolio, il carnevale, le sedute spiritiche, le reticelle del gas, i giurati e lo scetticismo; ha visto nascere l’auto, il cine, la radio, il radium, la vendita a rate, il cemento armato, le società a catena, il pneumotorace, la Wassermann, l’entusiasmo…”.

 

Non frequentava più dello strettamente necessario gli uomini, per non discutere: gli uomini chiamano rispetto delle idee altrui il rendersi complici delle loro ipocrisie.

 

S’era fatta una fortuna al gioco e poi l’aveva persa e se l’era rifatta. Ma dopo una notte rovinosa o fortunata, la sua coscienza a sospensione cardanica riacquistava automaticamente l’equilibrio e lo induceva a prendere il tranvai invece del tassì, a contare il resto, a schiacciare fino al fondo il tubo del dentifricio.

 

Non faceva programmi per il giorno dopo: preferiva lasciarsi vivere. “Perché ” diceva ” privarsi della gioia di cambiare idea? Perché rinunciare alla voluttà dell’indecisione?

 

Nel nutrimento non aveva ne’ orari ne’ formule. “Perché ” diceva ” dovrei impormi delle privazioni per rubare qualche chilogrammo al metabolismo e aggiungere qualche mese al calendario?

 

Abbandonato a se stesso giovanissimo, era stato raccolto da uno zio. Sebbene avesse dimostrato un’evidente disposizione per la musica, lo zio gli aveva fatto imparare la scherma e poiché egli prediligeva gli animali e le piante, gli aveva fatto studiare la storia. Accortosi che amava di un amore puro una fanciulla, lo zio l’aveva allontanato da lei. E quando egli, alla fine, per mostrare la rettitudine delle sue intenzioni, chiese di sposarla, lo zio mandò a monte il matrimonio.

 

Insomma quello zio era stato per lui un secondo padre.

 

[da “Dolicocefala bionda” – Pitigrilli (Dino Segre) – Oscar Mondadori 1982]