Umberto Dei: non corre, va lontano

Recensione di Luciano LORINI

da Ruotalibera (Anno XXV Num. 5 – 113 – Settembre/Ottobre 2009)

Nel romanzo di Michele Marziani “Umberto Dei – Biografia non autorizzata di una bicicletta” la premiata fabbrica di biciclette del titolo, già simbolo di un’epoca e pezzo importante della storia industriale di un’Italia produttiva che forse non è più, assurge a pretesto per raccontare, al di là del marchio e del nome, l’origine di un mito e il concetto stesso di una rivoluzione.


“Umberto Dei – Biografia non autorizzata di una bicicletta” – La copertina

E’ davvero molto facile entrare in sintonia con Arnaldo Scura, soggetto narrante del romanzo. Mezza età, una professione da agente finanziario forse un po’ stretta per delle idee troppo liberali, passione innata, quasi dovuta per obblighi di terra e di famiglia, per le due ruote. Milanese atipico per il fatto stesso di andare in bici, un mattino, all’improvviso, rimane “folgorato” lungo il Naviglio della Martesana. Sentendo di dover dare una svolta decisiva alla sua vita, si licenzia dal suo prestigioso impiego e si radica in una nuova esistenza, scoprendo la sua vera vocazione di meccanico e restauratore di biciclette. “Chiunque può fare il mio mestiere – sentenzia – il problema è trovarne il tempo. Per questo io esisto”. Verissimo. E così nella bottega/officina sul Naviglio (“una bottega di frontiera, un po’ una boutique, un po’ la mutua della bicicletta…”) si incrociano storie, amori, ricordi, popoli e filosofie. L’intera umanità attraversa per campioni significativi questo microcosmo di ingranaggi, grasso e sudore. Vite diverse, distanti, accomunate solo dal mezzo ciclabile. Per passione o per forza (in riferimento a quelli per cui “anche il biglietto del metrò è troppo caro”) tutti passano di qua, prima o poi. E lui, con umiltà schiva ce li descrive, ce ne racconta l’anima. Tipizzando, ma allo stesso tempo rifuggendo da facili generalizzazioni. E’ una bella persona, Arnaldo, sebbene incupito dalla vita e dal dolore. Capace di grandi slanci, come quando accoglie alle sue dipendenze il giovane Nas, esule afgano e studente al Politecnico, e impara col tempo ad amarlo come un figlio. Sarà proprio questo amore che lo porterà lontano, in un viaggio alla scoperta delle sue radici, in un cammino alla ricerca della serenità perduta.

Sembra quasi di stare fuori dal tempo, in una dimensione sospesa, e invece siamo proprio a Milano, nel nostro secolo, nella frenesia dei ritmi che purtroppo ben conosciamo. Bastano poche frasi qua e là a ricordarcelo… ma la vita al numero cinque di via Tofane sembra non accorgersene, comunque legata a schemi altri, più distesi. Procedendo nella lettura, si avverte crescente il desiderio di ricercare il piacere di questo invidiabile “andamento” anche nella nostra vita, si sente l’impulso a credere che sia, oltre che auspicabile, possibile.

Il romanzo, ricco di spunti anche divertenti, di citazioni e gustose disquisizioni “tecniche”, è pure condito da un certo grado di suspence. In alcuni punti forse perde un po’ di tensione, ma è una manchevolezza che non si avverte, tanto si è affascinati dalla narrazione sempre scorrevole, fresca, sottile e ironica, dove pensieri e dialoghi si alternano in un tessuto ininterrotto originale, piacevole, avvincente.


La sella Brooks e la borsa attrezzi della Umberto Dei

Davvero una lettura appagante, un libro consigliato, non solo agli AdB più convinti, ma a tutti gli amanti della buona scrittura.