Io sono Li

Siamo pronti per la nuova società multiculturale?
L’ultimo film di Andrea Segre risponde in modo possibilista, lasciandoci nel dubbio. Il regista non esprime giudizi, ma demanda allo spettatore la personale scelta di campo e porta sullo schermo, attraverso uno spaccato fedele e realista, l’odierna società fatta di accoglienza e di rifiuto al contempo. Rappresentando una realtà complessa, quella dell’immigrazione cinese, difficile da comprendere e ancor più da integrare. Lo fa con garbo, girando con mano sensibile, guidando lo spettatore all’empatica relazione con la protagonista e con il suo anelito ad una vita migliore. Senza pietismi o inutili commozioni, solo con la pura forza dei sentimenti più profondi.
Io sono Li racconta un difficile esercizio di convivenza sociale. È una storia di solidarietà, di incontri e barriere spezzate, di scambi e relazioni silenziose e intense, di semplicità e ricchezza interiore. I personaggi principali gravitano in un microcosmo ristretto, tra un molo, un casone e le pareti di un’osteria, in una Chioggia rinchiusa dietro alle sbarre delle sue paure, dove la diffidenza verso lo straniero è presente e palpabile, dove l’esperienza di accogliere non è ancora diventata patrimonio consolidato e condiviso. Ce lo ricordano le numerose battute all’indirizzo del polesano Bepi (Rade Šerbedžija), il pescatore “poeta”, veneto “straniero” nonostante i trent’anni trascorsi in laguna. E che il mondo non sia cambiato da allora lo evidenzia bene “l’avvocato” (Roberto Citran) che con incessante rumore di fondo sobilla la comunità, presagendo oscure trame e seminando diffidenza e paura. Che attecchiscono rigogliose sul terreno dell’ignoranza, interpretata da Devis (un Giuseppe Battiston sempre all’altezza). Lo sfondo dei monti dietro un orizzonte lagunare sempre sfumato dalla nebbia sembra quasi la metafora di un traguardo di serenità, vicino eppure difficile da raggiungere, così come a Li appare lontana e difficile la notizia del ricongiungimento familiare con il figlio lasciato in Cina.
Eppure nel film c’è tanto spazio per la luce e per la speranza. Sono moltissime le immagini di silenziosa poesia che si fisseranno indelebili nella vostra memoria: piccoli gesti, sguardi, scorci, intese, della cui magica sorpresa non voglio privarvi. Nella prima parte si ride, pure, di pancia, soprattutto per i veloci battibecchi in dialetto (sottotitolato!) dei vecchi pescatori (tra i quali spicca “Coppe”, un Marco Paolini di grandissima umanità) che con la loro schiettezza riescono a intaccare il riserbo della cinese Li (la bravissima Zhao Tao), comandata dalle mafie a gestire un’osteria del Porto. È lei la chiave di tutto il film: portatrice di un pesantissimo bagaglio di sofferenza umana, stemperato solo dalla poesia e dalla speranza, affronta con serena determinazione e coraggio il suo destino di immigrata ed esule, riuscendo a trovare nel comune destino di un’Umanità disperata un appiglio solidale che alleggerisce l’esistenza. Il suo garbo e la sua delicatezza pervadono l’intera visione, che si trasforma così in un’esperienza emotiva forte. Si torna a casa con il cuore pieno di emozioni e l’onda lunga della visione resiste alla notte e alle distrazioni della giornata ritornando prepotente a galla in ogni momento di maggiore intimità con se stessi.
Un film che consiglio di vedere, al quale sarà impossibile restare indifferenti.
Luciano Lorini
(pubblicato il 19.10.2011 su Verona-in blog)



