Memorie di un ragazzino da 80 anni in esilio

10 febbraio 2026 – Giorno del ricordo
Ho raccolto in questo articolo i ricordi dell’esodo da Zara di mio papà, Giorgio Lorini, vissuti con gli occhi di un bambino, poi giovane, uomo e oggi anziano. Una intera vita divisa tra impegni lavorativi, cure familiari, qualche passione e, da un certo periodo in poi, vissuta pure con una certa ritrovata serenità. Eppure… mi ha sorpreso come, a toccare certi tasti, il nervo sia ancora scoperto e il dolore si ritrovi sempre lì, sopito ma presente e pronto a rinnovarsi e riemergere.
La testimonianza di papà è un importante tassello di memoria che restituisce l’idea di una sofferenza e di una nostalgia prolungate che vanno ben al di là dei grandi traumi del primo periodo. È una specie di acufene, quel leggero rumore di sottofondo all’apparenza insignificante che ha il malefico potere di turbare e disturbare un’intera esistenza.
Furono centinaia di migliaia gli italiani che si trovarono a vivere le stesse tragedie del papà, molte delle quali probabilmente ben più tristi di questa qui narrata. E tuttavia non esiste una classifica del dolore: ciascuna storia ha una sua dignità e rilevanza e merita rispetto in quanto espressione intima e personale di particolare e unica sensibilità. Va accolta, questa come tutte le altre, quale dono ai posteri e monito alle generazioni. Meditata con empatia, pensando magari alle tante situazioni simili che ci propone l’attualità.
L’esodo per la mia famiglia ebbe inizio la notte del 6 gennaio 1944.
Era la data del turno d’imbarco, fissata dal Comando Militare Tedesco, per la progressiva evacuazione della cittadinanza di Zara. Il mio nucleo familiare era composto da tre persone: mia madre, Ada de Benvenuti vedova Lorini, all’epoca quarantaduenne, mio fratello Ettore, di diciassette anni, ed io, Giorgio, di nove. Una tristissima notte di fuga, vissuta col cupo presentimento di un viaggio senza ritorno. Era proprio un’amara “Befana” questo disgraziato viaggio, unica chance di sicurezza, che si aggiungeva a tutte quelle angosce patite: i continui allarmi, le paure, i lunghi urli delle sirene, le corse affannose nei rifugi, le voragini causate dalle bombe, gli schianti, gli incendi e tutti i conseguenti pesanti disagi subiti fino a quel momento.
POCO PIÙ DI UN BAMBINO… SFOLLATO TRA LE BOMBE
I tre bombardamenti avvenuti il 2 e il 28 novembre e il 16 dicembre, di progressiva notevole intensità di distruzione, avevano colpito il Centro Storico, il Porto, le prime periferie e danneggiato la nostra abitazione.
Anch’io, pur se adolescente, avevo preso coscienza della gravità della situazione con un lutto che mi coinvolgeva da vicino. Nella notte del 2 novembre, nel rione di Cerarìa, poco distante dalla nostra abitazione, le bombe avevano centrato uno di quei rifugi prefabbricati in cemento armato (rivelatisi poi del tutto inefficaci) causando numerosi morti, fra cui due mie compagne di scuola: Anna e Violetta. La domenica mattina del 28, poi, di ritorno dalla Messa degli scolari, senza che le sirene di preavviso della contraerea intervenissero, percorrendo la strada sopra il bastione, assistetti all’affondamento del traghetto del porto, colpito in pieno da una bomba. Anche questa volta, fra i passeggeri, tutti morti, erano presenti giovani persone amiche.
Mi resi conto che la guerra mieteva vittime non solo fra i combattenti, ma anche fra i civili e non risparmiava i bambini. Lo spettacolo non mi traumatizzò più di tanto perché ero seriamente impegnato a mettere in atto le direttive di sicurezza che ci avevano impartito a scuola: stendersi a terra con gambe e braccia divaricate, cosa che avevo eseguito scrupolosamente. Cessati gli scoppi mi è ancora impressa nella memoria la corsa affannosa verso casa, conclusasi con il collettivo, liberatorio abbraccio di consolazione per lo scampato pericolo.
Privi di ricoveri sicuri e di sufficiente capienza, gli zaratini cominciarono a rifugiarsi nelle campagne circostanti. Anche noi, uniti alla famiglia di una sorella di mamma, la zia Alda, e quella di fraterni amici, i Rossi-Talpo, undici persone complessive, ci dirigemmo nella zona di Cerno e in un secondo tempo nella più distante Murvizza, illudendoci di essere più sicuri.
Ma la cercata sicurezza svanì la notte del Capodanno 1944, quando ricevemmo la disgraziata “visita” di un gruppo di partigiani jugoslavi, con tanto di stella rossa sul berretto e armati di pistole e mitra, che ci aggredirono brutalmente e ci depredarono di ciò che avevamo messo in salvo, quelle risorse di sopravvivenza come denaro, gioielli, argenteria, vestiario e provviste alimentari. Con i mitra puntati contro di noi, quella notte sì che avvertii la paura più intensa che mai. Mi era nota la ferocia che animava le formazioni di questi aguzzini, alimentata da un odio atavico verso gli italiani… Il terrore che fa avvertire il sudore freddo lungo la schiena e i brividi che ti scuotono tutto il corpo non erano solo una sensazione originata dall’aggressione e dalla possibile successiva esecuzione, ma soprattutto fisica, poiché durante la lunga sosta all’addiaccio non ci era stato permesso di indossare il cappotto onde contrastare il freddo di un inverno particolarmente rigido.
Traumatizzati dalla subita rapina tornammo in città e scoprimmo che l’ingresso di casa era stato forzato ed erano scomparsi arredi, suppellettili, tappeti, quadri, radiogrammofono, macchina per cucire, eccetera, e vari oggetti utili di valore anche solo affettivo.
I restanti cinque giorni precedenti la partenza, decidemmo di trascorrerli nel rifugio privato del palazzo Drioli, ricavato sotto le fondamenta dell’abitazione e della distilleria nel bastione Moro su cui sorgevano. Era di una profondità sufficiente per considerarlo sicuro. Una preziosa opportunità offertaci dalla cugina di mamma, Luiselle de Benvenuti Drioli, che aveva lasciato Zara per Venezia ai primi sentori del pericolo. Il rifugio, con un’uscita di emergenza piuttosto esposta, ci faceva però temere, nel caso fosse colpito, di fare la fine del topo in trappola.
IL SALUTO A ZARA E L’ESODO
Allineati sulla banchina del porto attendevamo il momento dell’imbarco sul Sansego, il piroscafo che ci avrebbe condotto a Trieste. Un’opprimente atmosfera incombeva su tutti noi. Il silenzio assoluto era stato imposto dalle autorità e contribuiva a renderlo ancora più insopportabile. I militari controllavano documenti e bagagli, una sola valigia per persona, con burocratica pignoleria. Le operazioni procedevano con esasperante lentezza, aggravate dal freddo e dal buio imposto dall’oscuramento.
Osservavo la mamma. La sua espressione stanca, i lineamenti tesi, mi suscitavano una pena immensa. Avrei desiderato parlarle, chiedere spiegazioni, esserle in qualche modo di conforto, ma non osavo rompere il silenzio e trasgredire gli ordini. Temevo una sua reazione nervosa, per quanto la sua abituale severità negli ultimi giorni si fosse notevolmente attenuata. Anche verso Ettore, che cominciava a dare segni di impazienza, non indirizzò rimproveri ma solamente un’occhiataccia e un invito alla calma. Arguii meravigliato che ciò era dovuto a tutti quei recenti disastrosi avvenimenti che si erano succeduti, aumentando le sue sofferenze.
Eh sì… compresi e convenni che aveva sofferto tanto. Anche i suoi dieci anni di vita da sposa e da madre erano stati funestati da due decessi: quello per difterite del secondogenito a soli sei mesi di vita e quello del marito Mario, morto per cancro a quarant’anni; il papà che non ho mai conosciuto poiché all’epoca avevo da poco compiuto un anno. Vedova a trentatrè anni, con due figli da crescere da sola, le ristrettezze economiche acuite con lo scoppio della guerra e il provvidenziale impiego alle Poste, che le aveva consentito una maggiore tranquillità e sicurezza, anche quello perduto. La sede centrale dove prestava servizio, centrata da una bomba, era infatti un cumulo di macerie.
Ed ora la precipitosa fuga dalla città natale, l’abbandono della casa e la partenza verso un futuro incerto, unica possibilità di scampo, senza denaro, senza lavoro, senza prospettive. Come tutti anche lei aveva sperato che la guerra sarebbe presto finita e la ripresa graduale della vita cittadina avrebbe avuto inizio. Pia illusione. Nessuno poteva immaginare che ben altri 51 bombardamenti si sarebbero accaniti su Zara, la Dresda dell’Adriatico come verrà definita, rendendola un quadro invivibile di spettrale desolazione.
La nave era stracolma di passeggeri. Impossibile trovare un posto al coperto. Cabine e spazi comuni stipati più che mai; il salone centrale, occupato per lo più da anziani e mamme con bimbi, era un enorme bivacco di gente sdraiata sul pavimento. Nessun posto a sedere. Ci accosciammo sulla tolda, in prossimità della ciminiera, avvolti in una coperta col solo desiderio che il viaggio potesse svolgersi senza sorprese. Circa all’una di notte, il Sansego iniziò la navigazione a velocità ridotta e nel buio totale per evitare pericoli di avvistamento. Era però destino che la traversata non avvenisse senza intoppi. Di prima mattina a Cigale, nei pressi dell’isola di Lussino, fummo individuati da un aereo ricognitore inglese, il famigerato “Pippo”, che dopo un paio di sorvoli di accerchiamento si divertì a indirizzarci qualche mitragliata, per fortuna non a segno, che però creò a bordo un panico indescrivibile. Urla, paura, invocazioni a Madonna e santi, pianti e scenate di ogni tipo. Fortunatamente senza vittime e feriti, eccetto qualche contuso fra quelli che si erano gettati nelle stive in cerca di salvezza, il viaggio, di circa dodici ore, si concluse senza più disavventure.
ESULI IN PATRIA, I PRIMI INIZI IN PENISOLA
Giunti a Trieste fummo ospitati per i primi giorni, con estrema generosità, da lontani parenti che vennero ad accoglierci all’arrivo, ma poi per ovvi motivi di riguardo, ci affidammo alle organizzazioni assistenziali per i profughi che ci destinarono al centro di raccolta in una scuola elementare nel quartiere di San Giovanni, alle spalle della chiesa parrocchiale. Una sistemazione alquanto precaria, che ci auguravamo provvisoria. Diciannove persone in un’aula di circa 8 metri per 4 con brandine militari allineate lungo le pareti e nessun altro arredo. Spazi ridottissimi, imbarazzante promiscuità, senza un minimo di comodità e di privacy.
I parenti triestini proposero alla mamma, quale tutrice dei due figli minori del coerede, mio padre, di cedere loro il settimo della quota di proprietà a noi spettante, consistente in una villetta di una zia paterna, deceduta senza eredi diretti, che loro amministravano e di cui non era ancora avvenuta la spartizione. La casa, dicevano, era occupata da affittuari che godevano del blocco legale di locazione, quindi rendeva poco mentre richiedeva continua costosa manutenzione. È chiaro che trovarono nello stato di bisogno di mamma terreno favorevole per farle accettare la proposta di acquisto tirando sul prezzo, risultato alquanto modesto. Tuttavia la cessione dei nostri due quattordicesimi di quota fu provvidenziale per poter affrontare i momenti difficili che si prospettavano.
Passarono circa tre mesi in cui la mamma fu lungamente impegnata a risolvere problemi burocratici in interminabili iter per il riconoscimento dei diritti civili con la Prefettura e con l’amministrazione postale per la riassunzione, negata per l’impossibilità di rapporti col Ministero di Roma. Atti notori in sostituzione dei documenti perduti, qualifica di profuga, identità personale, eccetera. Per fortuna questo stato di cose venne a cessare verso la fine di marzo e con esso i disagi del campo profughi. Un’altra sorella di mamma, la zia Alma, residente a Verona e momentaneamente sfollata per ragioni belliche a San Zeno di Colognola, ci scrisse offrendoci l’opportunità di raggiungerla. Aveva provveduto al nostro alloggio fissando una stanza con uso di cucina presso una famiglia vicina ed una possibilità di impiego all’ufficio annonario, anch’esso sfollato a Colognola, grazie all’interessamento di suo marito, viceprefetto di Verona.
VERSO VERONA, VERSO UN FUTURO MIGLIORE?
Lasciammo Trieste di prima mattina con tante speranze in cuore per una vita migliore lontana dai pericoli della guerra. Avevamo escluso il viaggio in treno perché insicuro a causa dei danni sulle linee ferroviarie che costringevano a trasbordi continui. Ci associammo alla famiglia della zia Antonietta, altra sorella di mamma, diretta a Varese. Suo marito aveva preso accordi con un trasportatore che avrebbe fatto tappa a San Zeno per poi proseguire per Varese. Con noi viaggiava anche la coppia dei vecchi prozii Giuseppe e Lisa e un paio di conoscenti che approfittarono del passaggio. In tutto tredici persone sistemate sul pianale tra valigie, pacchi, casse e fagotti vari. Il mezzo appariva un po’ male in arnese con dubbi di buon funzionamento. Invece si comportò egregiamente, marciando a velocità ridotta fra sobbalzi continui sull’asfalto malridotto. Dopo dodici ore, con una breve sosta per un pranzo al sacco, giungemmo a San Zeno circa alle venti, accolti festosamente da zii e cugini. La zia Alma diede un’ottima prova di organizzatrice nell’assicurare un letto a tutti ricorrendo a vicini e conoscenti, cosa non semplice in un luogo privo di strutture alberghiere, e nell’allestire una cena più che soddisfacente, compatibile con il tempo di guerra. E in due turni: prima i ragazzi e poi i grandi.
In quanto a sicurezza, le condizioni di vita a San Zeno erano decisamente migliorate. Il paese era lontano da obiettivi bellici e non ci sembrava vero poterci muovere e vivere senza timori.
Io avevo ripreso a frequentare la quarta elementare interrotta a novembre e non feci fatica a rimettermi in carreggiata col programma di studio. Mi ero ambientato velocemente e avevo stretto varie amicizie con i compagni di scuola e vicini di casa. Era arrivata l’estate e mi godevo le vacanze in compagnia del coetaneo cugino Antonio scoprendo gli aspetti della vita rurale che non conoscevo affatto. Mi piacevano il contatto con la natura, le piante, gli animali e tutto quel mondo che mi incuriosiva e affascinava. Mi sentivo appagato e felice.
La paura delle bombe l’avevo un po’ dimenticata e sentivo relativamente la scarsità di cibo imposta dal tesseramento. Si rimediava con frutta e verdura che erano facilmente reperibili. Scarseggiavano invece carne, olio, burro e formaggi, cosicché ci improvvisammo allevatori, sperimentando l’attività con un pollo, un’anatra o un coniglio, con grande soddisfazione da parte mia.
La mamma invece era spesso in uno stato di depressione. Rimpiangeva i trascorsi zaratini, le comodità di casa, i termosifoni, il bagno, i servizi igienici, l’acqua corrente calda e fredda, i pavimenti in parquet e la buona cucina ogni qualvolta doveva affrontare usi e difficoltà alle quali non era avvezza, come accendere il fuoco nel camino, lavare i panni all’aperto, usare la latrina in fondo al cortile, spazzare un pavimento di mattoni, sollevando un sacco di polvere, cucinare il poco cibo a disposizione in pentole appese alla catena del camino. Anche l’ambiente di lavoro non la metteva a suo agio. Si sentiva sgradita, sopportata, in questo non aiutata dal suo carattere introverso. La straniera venuta a sottrarre il lavoro, la fascista che aveva abbandonato il paradiso marxista, eccetera…
Ricordo le lunghe camminate in cerca di cibo per compensare la scarsità imposta dalle tessere annonarie e le difficoltà per far accettare il denaro ai borsaneristi. Pretendevano il baratto, ossia lo scambio: merce in cambio di oggetti d’oro o capi di vestiario o sale da cucina, quasi introvabile.
L’andamento della guerra suscitava nuove preoccupazioni. Ci giungevano gli echi delle incursioni aeree su Verona e assistevamo meravigliati agli attacchi notturni sulla città preceduti dal chiarore dei razzi paracadutati per illuminare a giorno gli obiettivi. Apprendevamo dai racconti dei pendolari che si recavano giornalmente in città per ragioni di lavoro i gravi danni causati dalle bombe, concentrati soprattutto nella zona della Stazione di Porta Nuova. L’obiettivo era quello di annientare l’importante nodo ferroviario. E poi i ponti sull’Adige fatti saltare per ostacolare la ritirata delle truppe tedesche e tanti altri disastrosi avvenimenti: imboscate, rastrellamenti, ritorsioni, attentati, vendette, morti.
LIBERATI, SENZA UN TETTO SULLA TESTA E LAVORATORI PRECARI…
E venne il 25 aprile 1945. Assistemmo al sollievo generale degli animi per la raggiunta pace. Gli sfollati lasciarono il paese per fare ritorno a Verona, ma noi no. Non sapevamo dove andare. Il desiderio di un appartamento tutto per noi era l’aspirazione più grande, ma trovare un alloggio in affitto era estremamente difficile, quasi impossibile ad un prezzo accessibile, bisognava rassegnarsi e pazientare.
Il trasferimento da Verona a Forlì dello zio Gianni, il viceprefetto, ci fornì l’occasione per risolvere la nostra precarietà. Egli stesso ci propose di occupare il suo appartamento nel palazzo INCIS (Istituto Nazionale Case Impiegati Statali) dopo la sua partenza. A noi tre si sarebbe unita la sua sorella nubile, Antonietta, anche lei profuga da Zara e nelle stesse nostre condizioni. L’appartamento, riservato agli impiegati statali, di norma veniva assegnato in base a una severa graduatoria, ma lo zio, ottimisticamente, affermò che l’abusiva occupazione non sarebbe stata certamente perseguita per la particolare delicata condizione in cui ci trovavamo. Quali profughi, ci sarebbe stata senz’altro consentita l’eccezione. Inoltre il ricorso della mamma per la riassunzione alla Poste era sempre in atto e, nel contempo, si sarebbe potuto concludere con la possibilità di inserirsi nell’eventuale graduatoria statale e acquisire il diritto all’assegnazione. Le cose, purtroppo, non andarono nel verso giusto come nelle ottimistiche previsioni dello zio.
Eravamo tutti e quattro soddisfatti di aver potuto usufruire di questa fortuna. L’appartamento, in un complesso moderno e prestigioso, era spazioso e confortevole: tre stanze da letto, un soggiorno, cucina e bagno, riscaldamento centrale, ascensore, ad un affitto adeguato e il tutto in un ambiente di una certa distinzione. Ettore, quale primogenito di madre vedova, era esentato dal servizio militare e aveva trovato impiego presso la società Trezza, appaltatrice dei dazi di consumo per il Comune di Verona. La mamma prestava servizio all’ufficio annonario ancora in funzione e poi, alla sua chiusura, sarebbe stata spostata all’anagrafe comunale.
Questa momentanea tranquillità cessò con l’arrivo della temuta notifica di sfratto. Eravamo invitati a lasciare liberi i locali con un breve margine di tolleranza, pena lo sgombero a mezzo della forza pubblica. Una mazzata tremenda. Vani tutti i tentativi per opporsi legalmente all’intimazione. Eravamo abusivi a tutti gli effetti. Nessuno era dipendente statale e quindi nell’impossibilità di avanzare diritti. Il nostro comitato ANVGD, invitato a intervenire in nostro favore, non volle, e forse non poté, aderire a una richiesta del genere. Si era accanitamente battuto, con successo, contro l’INCIS per un’assegnazione nello stesso stabile a un professore profugo da Pola e quindi un’operazione esattamente contraria alla nostra.
Ricordo di aver accompagnato la mia disperata madre alla parrocchia del Santi Apostoli per contattare il parroco, che era anche il segretario del Vescovo. Le era stato suggerito di rivolgersi a lui, persona molto influente, per un intervento atto ad annullare la notifica di sfratto. Il Monsignore ci ricevette nel suo studio e ascoltò la richiesta con manifesto atteggiamento di sufficienza e noia. Alla fine dell’esposizione dei fatti e della delicata situazione di necessità che la mamma aveva illustrato, egli trasse dal cassetto un biglietto da cento lire e, mellifluo, glielo porse. A quel punto lo sdegno investì in pieno mia madre, che reagì alzandosi di scatto, e respinse quella banconota offensiva e sbottò: “sono ricorsa a lei per chiedere aiuto, confidando in una cristiana solidarietà e non per subire l’umiliazione di un’elemosina. Tante scuse per il disturbo e… un plauso per la sua delicatezza. Si vergogni!”. Ho sempre presente lo scoppio di pianto e i singhiozzi che l’assalirono non appena raggiungemmo l’uscita.
Altri tentativi in cerca di sostegno presso il Comune servirono solo per ottenere qualche breve proroga. L’appartamento era stato assegnato ad un pretore pugliese, con moglie e tre figli, che faceva un sacco di pressioni per occuparlo. Ad un certo punto ci propose la coabitazione, fino al momento, assolutamente breve, del nostro prossimo sgombero. Accettammo avviliti questa alternativa cui non era possibile sfuggire. Capivamo che ormai avevamo perso la partita.
La sorella dello zio fu la prima ad andarsene, non sopportando questa situazione. Ettore dovette accettare un improvviso trasferimento a La Spezia impostogli dalla società da cui dipendeva, chissà se sollecitato dal pretore. Io fui spedito in collegio a Brindisi e la mamma finì in un pensionato retto da suore. Così, senza reazioni scandalistiche, senza manifestazioni spettacolari, con la nostra correttezza e dignità di sempre si chiuse questo capitolo, causa di tanta amarezza.
UNO SPIRAGLIO DI SERENITÀ
Ci vollero anni ed anni perché si appianassero le difficoltà che ci avevano condizionato così pesantemente. Mio fratello riuscì ad ottenere il rientro a Verona e andò a vivere per proprio conto in vista del suo prossimo matrimonio. La mamma finalmente riebbe il suo impiego alle Poste, dopo sedici anni di attesa, senza risarcimenti o riconoscimenti di sorta, anzi, fu declassata come assunta “ex-novo” con azzeramento dell’anzianità di servizio. Un’altra beffa, con la sola amara consolazione che almeno erano finiti gli impieghi a tempo determinato e gli incubi della disoccupazione. La mamma ed io dividevamo un alloggio con una signora anziana, cui era vitale il subaffitto, e alla quale ci eravamo affezionati. L’appartamento era molto vecchio e di scarse comodità, motivo di nuove lamentele materne, ma col pregio di essere a pochi passi dal suo nuovo ufficio. Continuavamo a far domande per l’assegnazione di una casa popolare ma sempre senza successo. Il motivo del diniego era l’esiguità del nucleo familiare. Ad una famiglia di sole due persone si dava la priorità a quelle più numerose.
Lo stesso accadde quando il comitato ANVGD costruì due palazzine di sei appartamenti ciascuna. Sia noi che Ettore inoltrammo separatamente la richiesta ma non fummo per niente considerati e tacitati con pretestuose giustificazioni. Il desiderio di una casa propria si avvererà solo agli albori degli anni ’70, con l’adesione alle cooperative edilizie, con l’accesso ai mutui a tasso favorevole e alle agevolazioni varie che ci hanno permesso di diventare proprietari.
VECCHI E SAGGI, TIRIAMO LE SOMME…
Nonostante tutto la nostra vita è andata avanti con una certa serenità: ci siamo integrati ottimamente nelle comunità locali che ci hanno accolto, le nostre famiglie hanno trovato nuovi equilibri, sono nati i nostri figli e nipoti e con un pizzico di fortuna siamo giunti alla vecchiaia in buona salute e con un bel bagaglio di buoni ricordi e cose belle delle quali essere grati. Dobbiamo però evitare di ripensare alle amarezze dei primi anni da esuli (quasi venti!) per non far sanguinare vecchie ferite ancora capaci di provocare dolore. Ci aiutano in questo la saggezza dell’età e una fitta rete di parentele e buone relazioni, che restano la vera fortuna di ogni uomo su questa Terra.
Giorgio LORINI















