Personale

Riccardo de Franceschi – baritono

Una promettente carriera stroncata sul nascere

Riccardo de Franceschi nasce a Zara nel 1877, terzogenito in una famiglia della piccola nobiltà cittadina, originaria di Pisino d’Istria. Suo padre Vincenzo, magistrato del governo Austro Ungarico, è una persona dal carattere austero e autoritario che esige dai figli deferente rispetto, indiscussa obbedienza, comportamento educato e brillanti risultati scolastici. Cinquantenne, vedovo con due figli poco più che adolescenti, Francesco ed Elisabetta, prende in moglie Carlotta Bianchi, donna premurosa ed affettuosissima, risoluta ad assumersi il non lieve ruolo sostitutivo di moglie e madre. Conscia di questa responsabilità, ella si dedica totalmente alla nuova famiglia, che in breve aumenterà di numero con la nascita di Riccardo e di Carlo.

Sin dagli anni giovanili ella nutre qualche velleità musicale. Ama il canto ed è dotata di un’armoniosa voce di soprano. Voce coltivata da accurato impegno ed affiancata, come all’epoca si addiceva alle fanciulle di buona famiglia, dallo studio del pianoforte, un “Petrov” mezzacoda che troneggia nel salone di casa e sul quale si esercita diteggiando quotidianamente.

Questo suo amato strumento è testimone dei suoi primi esercizi canori con prolungati vocalizzi e squillanti gorgheggi e trilli. Le piacciono i ruoli sentimentali delle eroine del melodramma; il prediletto è quello di Rosina, la rossiniana protagonista del Barbiere di Siviglia, forse per il desiderio di assomigliare al carattere della volitiva e capricciosa pupilla di Don Bartolo, così dissimile dal suo, accondiscendente e rispettoso. Si diverte molto nell’affermare fra i gorgheggi ”… ma se mi toccano, dov’è il mio debole, sarò una vipera, sarò!” marcando scherzosamente quella provocatoria “vipera”. In questa sua passione è abbondantemente sostenuta dal fratello Carlo-Pio, anche lui preso dallo stesso amore per la musica ed il canto. La nota farmacia Bianchi di cui è titolare, situata all’inizio di Calle del Tribunale e all’angolo di Calle del Borgo, è un luogo di incontro di appassionati melomani e di promettenti voci che vengono a dissertare con il competente farmacista considerato l’esperto dell’argomento. In effetti Carlo-Pio è dotato di una potente voce dal timbro di basso profondo che occasionalmente esibisce in casa sua, dove accoglie festosamente amici e simpatizzanti accomunati dalla stessa passione, intrattenendoli con esibizioni in romanze d’opera e in famose canzoni, fra cui alcune celebri melodie napoletane. Alcuni nomi dei frequentatori: Nardelli, Cronia, Brizzi…

Insieme alla sorella frequentano assiduamente il Circolo della Società Filarmonica Zaratina e nei vari concerti sono soliti esibirsi, oltre che da solisti, anche come interpreti di duetti. Uno dei loro storici “cavalli di battaglia”, sovente richiesto dal pubblico, è la barcarola “Io son ricco e tu sei bella, io ho ducati e vezzi hai tu” dall’Elisir d’amore di Donizetti, dove i due fratelli ricoprono i ruoli del dottor Dulcamara e di Adina, con cui ottengono affettuosa stima e calorosi applausi.

Con queste premesse artistico familiari è facile intuire come il dodicenne Riccardo, già dotato vocalmente di un limpido ed esteso timbro baritonale, piuttosto raro in un’adolescente, abbia conquistato le preferenze materne, che intravedono nel suo bel ragazzo, alto, snello e sempre sorridente, quelle doti di prestanza fisica, oltre a quelle di volontà e di talento che gli avrebbero consentito di intraprendere con successo la carriera di cantante lirico. Sostenuto dall’incoraggiamento di mamma e zio disattende il desiderio del padre, che vorrebbe i figli avviati allo studio della medicina o dell’avvocatura, magari e perché no, al servizio della magistratura diplomatizia. Questa aspirazione paterna verrà soddisfatta dai figli Francesco e Carlo, futuri Imperial Regio Medico Provinciale il primo e Giudice Distrettuale il secondo, ma non da Riccardo che, più che mai determinato nella sua scelta, alla fine del Ginnasio si iscrive nel 1893 al Conservatorio Gioacchino Rossini di Pesaro, da cui uscirà diciottenne, diplomato a pieni voti.

Ancora studente è impegnato nelle recite dei rossiniani saggi scolastici ed anche in sporadici prestiti autorizzati dalla scuola, che si concludono in concerti e rappresentazioni presso locali compagnie pesaresi. In uno scritto alla madre racconta entusiasta del successo ottenuto nel ruolo di Marcello nella Bohème di Puccini e dei giudizi positivi e lusinghieri indirizzatigli da docenti e pubblico riguardo la sua futura carriera artistica.

Il ritorno a Zara è vissuto con soddisfazione, fra gli affetti familiari e amicali; anche l’austero genitore ha ora un diverso atteggiamento nei suoi confronti e non nasconde di dimostrarsi orgoglioso di lui. Ma ciò che lo rende particolarmente felice, ora adulto, è la possibilità di frequentare con il ruolo di fidanzato ufficiale la sedicenne Giuseppina Zerauschek, la sua “Bepina”, il suo primo amore sbocciato al tempo del ginnasio e lungamente sofferto durante la forzata lontananza del periodo scolastico pesarese.

Si presentano intanto le prime opportunità di lavoro. L’importante impresario Rendina, che l’aveva adocchiato a Pesaro, intravede probabilmente in lui un ottimo elemento affidabile e serio, e gli scrive proponendogli alcune prestazioni di prova che, se positive, porteranno a successive scritture a lungo termine. Riccardo accetta e si ripresenta nel ruolo di Marcello in Bohème al teatro Balbo, ottenendo successo di critica e di pubblico. Nell’ottobre dello stesso 1898 debutta come professionista al teatro Carbonetti di Broni (Pavia) nel nuovo ruolo di Don Carlo nella verdiana Forza del destino. È curioso constatare come, in pratica, questo cantante appena ventunenne non è per niente sottoposto alla proverbiale “gavetta” in ruoli da corista o da comprimario per “farsi le ossa”, come si suol dire in analoghe situazioni. Questo è dovuto probabilmente alla scrupolosa e diligente preparazione che tutti gli riconoscono. Arricchito dallo studio e dalla conoscenza di un vasto repertorio di ruoli da baritono, può far fronte subito alle più disparate richieste quale co-protagonista.

Ed è proprio per questa varietà di repertorio che è richiesto anche per l’allestimento di opere meno conosciute e meno rappresentate. Sono i casi di La falena di A. Smareglia, Saffo di G. Pacini, Le vittime di E. Lucatello, Polinto di G. Donizetti, Ione di E. Petrella, Guarany di A. C. Gomez, L’ebreo di G. Apolloni, Ruyblas Papà Martin di A. Cagnoni, Nadeya di C. Rossi. Nuovi ruoli da aggiungere al suo repertorio sempre più esteso. Il suo percorso artistico principale, come appare da una ricerca intitolata “La voce antica” pubblicata in Internet nel 2015 (ne parliamo in dettaglio sotto alla cronologia artistica), lo dimostra ampiamente. È risaputo che poche sono le opere in cui il baritono è il protagonista assoluto. Di solito questo ruolo è appannaggio del tenore o del soprano, ma sin dal 1901, ancora agli inizi di carriera, il ventiquattrenne Riccardo sarà in grado di interpretare con successo ruoli primari come Rigoletto e Nabucco di Verdi e il Barbiere di Siviglia di Rossini. È molto apprezzato anche in Ballo in maschera, Luisa Miller, Otello, Traviata, Tosca e due Foscari. Quest’ultima è la sua preferita, dove il ruolo del baritono conclude l’opera con un assolo solenne e con l’accompagnamento del coro.

L’incontro con Rendina si è rivelato un proficuo succedersi di successi; gli vengono proposti ruoli prestigiosi in nuovi allestimenti e ruoli che accetta con entusiasmo. Sono quelli di Valentino in Lucrezia Borgia, Alfio in Cavalleria rusticana, Lescaut in Manon, Re Carlo in Ernani, Scarpia in Tosca e Conte di Luna in Trovatore.

Nel 1901 Rendina gli propone un’importante tournée in Brasile per la stagione al famoso nuovo teatro Amazonas di Manaus. La storia di questo teatro, inaugurato nel 1897 e caparbiamente voluto da un avventuriero entusiasta ammiratore di Enrico Caruso, tale Bruce Sweeney Fitzgerald detto “Fitzcarraldo”, è narrata nell’omonimo film del 1981 con la regia di Werner Herzog e interpretato da Klaus Kinsky e Claudia Cardinale. Racconta le vicissitudini di costruzione e le enormi difficoltà di trasporto dei materiali e delle attrezzature teatrali in quella zona selvaggia e semi inesplorata dello Stato di Amazonas allo scopo di vincere una sfida quasi impossibile, quella di creare un importante teatro d’opera nel mezzo della foresta amazzonica, a Manaus, grande città sviluppatasi con pionieristica rapidità malgrado le difficoltà di posizione e di contatti. La proposta del Rendina è allettante, l’aspetto economico pure, ma le perplessità ad accettare sono tante. Il viaggio in transatlantico diretto a Rio de Janeiro dura circa un mese; a questo si aggiungono lunghe percorrenze in ferrovia e su battelli fluviali. La stagione operistica ha una durata di circa quattro mesi e prevede anche una trasferta sulla via del ritorno a Belem per interpretazioni al Teatro Paz. Come si fa ad allontanarsi per tutto questo lungo tempo dalla famiglia, si domanda Riccardo. Oltretutto è sposo novello perché la famiglia, la sua, lui l’ha appena costruita. A Zara, poco prima della fine del secolo, il ventiduenne Riccardo ha portato all’altare la sua ventenne Bepina, il suo unico amore, nato quando la somma delle loro età raggiungeva a malapena i trent’anni. Ed è proprio la giovane sposina a convincerlo ad accettare la proposta. È un’importante tappa professionale, un’opportunità avventurosa ma da non trascurare per un’artista agli inizi di carriera; un’occasione da non lasciarsi sfuggire e, naturalmente, da non affrontare da solo.

E così, con coraggio e determinazione e probabilmente con una buona dose di incoscienza, decide di accompagnarlo, tacendogli di essere agli inizi della prima gravidanza. Insieme gli sposi condivideranno sia il piacere del viaggio oltre oceanico che le emozioni che incontreranno nel continente sudamericano: nuove abitudini, nuovo clima, estenuanti disagevoli spostamenti in primordiali ferrovie e rischiose risalite in battelli in tratti del Rio delle Amazzoni e del Rio Negro. Migliaia di chilometri di traversata del territorio brasiliano sopportati da Giuseppina senza mai lamentarsi, minimizzando i disagi e le scomodità, sempre col sorriso sulle labbra, appagata dal successo professionale del marito, sempre più promettente.

La loro primogenita, Carlotta, per tutti Tina, nasce proprio a Manaus il 16 luglio 1901, nel bel mezzo dell’applaudita tournée. È una bimba sana e robusta che a quanto pare non ha risentito delle sofferte tribolazioni materne. Anche gli altri tre figli vedranno la luce al seguito delle tappe della carriera paterna: Vincenzo (Vize) fra i festeggiamenti del Capodanno 1903 a Sarajevo, Antonio (Tonci) nel 1905 a Zara ed Emma nel 1911 a Milano.

 Rientrato in Italia, assolve nel 1902 ulteriori impegni in Otello, Polinto e Traviata nei rispettivi ruoli di Iago, Severo e Germont al teatro Chiabrera di Savona. Il desiderio di tornare a Zara, di riabbracciare parenti ed amici e magari di esibirsi nella propria città è un sogno che si avvera nella primavera dello stesso anno. L’occasione gli è data per l’allestimento di due opere che ha sempre interpretato con successo: Tosca e Traviata. L’accoglienza è particolarmente affettuosa e trionfale. Gli viene dedicata una serata d’onore con conferimento di attestati di stima e con riconoscimento di talento artistico (aprile 1902). Poi, dopo un prolungato soggiorno nella città Natale, è il momento di chiudere il periodo di vacanza e far ritorno a Milano. Questa città è diventata la definitiva residenza familiare. È il luogo quasi unico nel suo genere che può offrire molto ad un’artista in ascesa. Il prestigioso Teatro alla Scala non è ormai più un miraggio irraggiungibile ma, come gli prospettano gli impegni, una concreta realtà; Riccardo ha ormai la certezza che quel tempio della lirica presto gli aprirà le porte.

Il periodo fra il 1903 e il 1911 è fatto di impegni assolti con la consueta competenza e serietà e recensiti sempre positivamente. Scritture appaganti lo portano sia in importanti piazze nazionali quali Roma, Venezia, Torino, Bologna, Trieste, Firenze e naturalmente Milano, sia in centri minori, caratterizzati però dalla presenza di esigenti intenditori del melodramma. È il caso di Ferrara, Ravenna, Bagnocavallo, Pavia, Ventimiglia, Nizza Monferrato, Ovada, Como, Brescia, Chioggia, Omegna, Siracusa. Non mancano puntate all’estero come Zagabria, Spalato, Sarajevo, Corfù, Malta e Montecarlo, sempre concluse con successo.

Quando lo scorrere del tempo fra la felice vita affettiva familiare e le tappe di una carriera solida ed appagante pare non debba arrestarsi mai, Riccardo de Franceschi si ammala nel 1912 di una grave forma di diabete. Questa malattia, pressoché sconosciuta all’epoca e priva di terapie efficaci, provoca nel suo fisico un anormale rapido ingrassamento e una progressiva perdita di forze. La sua salute, con gli alti e bassi evolutivi delle cure, costosissime e di scarsa efficacia, gli consente qualche barlume di speranza per il futuro, alternato a Stati di depressione profonda. Si rende conto di non riuscire ad assolvere gli impegni programmati. I nuovi ingaggi si diradano perché le notizie corrono veloci; un cantante malato è un grosso rischio per l’impresario, e uno spettacolo sospeso è una perdita sicura. I guadagni che diminuiscono lo preoccupano seriamente; pensa alla difficile situazione di famiglia, moglie e quattro figli che dipendono da una sola risorsa, la sua voce, ora pesantemente compromessa. I risparmi accantonati con tanta giudiziosa prevenzione da Bepina, a poco a poco si stanno esaurendo e rendono le condizioni economiche sempre più precarie. Ora che gli agenti teatrali non lo vengono a cercare è lui che, vincendo un istintivo orgoglio, amareggiato ed avvilito, si decide a farsi avanti. Chiede qualche scrittura anche in ruoli secondari, in piazze meno prestigiose, ma con scarsi risultati. Quasi tutto il 1912 trascorre senza possibilità di ingaggi. Partecipa solamente a qualche concerto, a qualche rara apparizione offertagli dai pochi amici rimasti, che accetta con l’avvilimento che lo accompagna quasi quotidianamente e lo induce comunque a rifiutare impegni che lo esporrebbero a brutte figure.

Si sente artisticamente finito, preda del rimpianto per una carriera abbandonata dalla fortuna. Gli è di conforto la moglie che, con con moderato ottimismo, lo sostiene e lo rincuora in questo stato di abbattimento. Gli prospetta la guarigione e la ripresa dell’attività, sempre positiva, serena e sorridente per non far trasparire la pena che prova per il suo stato. Riccardo non è più il papà giocherellone, allegro, che si intrattiene a lungo con i suoi figli, non rincorre più scherzosamente la loro mamma attorno al tavolo in buffe schermaglie amorose, non più le indirizza cantando le frasi delle romanze spiritosamente storpiate che tanto li fa divertire. Il suo sorriso fa trasparire solo tristezza. Pensieri cupi lo accompagnano. Si rende conto che, bene che vada, non potrà garantire che prestazioni appena dignitose, in quanto non sarà più in grado di affrontare le fatiche dell’impegno canoro. Ci ha provato ultimamente, con grande sofferenza. Il fiato gli manca per emettere la voce con la consueta potenza. Reggere un’opera lo spossa enormemente. Considera che la voce di baritono è normalmente più longeva di quella del tenore; nella storia ci sono casi, non rari, di durata eccezionali, anche fino a sessant’anni. A lui, invece, è mancata questa opportunità. Solo 15 anni son passati dal debutto senza mai subire una critica negativa, un dissenso, un fiasco. E allora perché questa tegola sulla testa? A 35 anni si è nel pieno della carriera e non ci si può rassegnare a concluderla così tristemente.

Una cosa poi lo tormenta e lo abbatte enormemente: negli ultimi tempi è dovuto ricorrere alla madre vedova ed al fratello Carlo per un aiuto economico. Anche quest’ultima umiliazione ha dovuto subire: l’ammissione del proprio fallimento professionale.

In questo stato di amarezza si spegne a Milano il 9 dicembre 1913, all’età di 36 anni.


NOTA DELL’AUTORE

Questa breve biografia è originata da scrupolose e attente indagini sulle scarse notizie a disposizione e su quelle accuratamente serbate dal figlio del personaggio descritto: Vize, mio zio acquisito, che a lungo raccolse testimonianze, recensioni, pergamene, dischi, medaglie, riconoscimenti ecc. riguardanti la carriera del padre. Con le vicissitudini belliche molta di questa documentazione è andata perduta. Da quel poco rimasto ho potuto attingere sufficienti dati per abbozzare un autentico ritratto, ma è soprattutto dai nostalgici numerosi ricordi di zia Tina e di mia suocera Emma, cui sono stato legato da particolare affetto, che ho potuto trarre le notizie per elaborare la storia.

L’articolo vuol essere un tardivo compimento di una mia ripromessa che mi ero assunto con la certezza di far cosa gradita a “mamma” Emma nel ricordare e render nota la vicenda del suo adorato e sfortunato papà.

Giorgio LORINI

 

Riccardo de Franceschi
Zara 1877 – Milano 1913

CRONOLOGIA ARTISTICA

Nota: l’elenco riprende (e integra, completandolo con i dati in nostro possesso) quanto disponibile in rete nell’archivio “La voce antica” di Roberto Marcocci, relativo ai cantanti italiani e stranieri attivi durante  il periodo 1870/1930. A questo link si trova la pagina del citato archivio dedicata a Riccardo de Franceschi.


Le immagini seguenti sono tratte dalla scansione dei pochi ritagli di giornale sopravvissuti all’esodo da Zara della moglie Bepina e dei figli e oggi custoditi dalla nipote Emanuela. 

Luciano

Veronese, classe 1967. Informatico di professione, coltiva mille passioni con cui impiega il sempre troppo poco tempo libero: musica, lettura, cinema e teatro, oltre a computer e bicicletta. Cittadino attento e sensibile, si interessa alla vita sociale e politica e pedala per la città perché crede nella bici come viatico per un maggior benessere, individuale e collettivo.

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